Imprevedibili ed inclassificabili. Schegge impazzite del panorama letterario. Autori difficilmente utilizzabili come vessilli o bandiere. Sono Giuseppe Berto e Antonio Delfini, scrittori italiani tra i più interessanti e dimenticati del secondo novecento. Che non riescono ad entrare nelle pleiadi della letteratura organica in quanto liberi ed atipici, ma nemmeno nei ghetti letterari dei “noi mai domi”. In cui si ritrovano i testi dei grandi scrittori impresentabili. Non sono “anti-post-tutto, pronti per il niente”, né gli idoli del panorama impegnato. Sono scrittori che hanno fatto della loro atipicità un segno stilistico . Attraverso pamphlet che gli hanno attirato le ire di tutte le parti politiche. Scrivendo grandi capolavori, tra i fischi e gli insulti. Questi due irregolari vengono ripresentati al pubblico italiano tramite l’arguto e interessante saggio di Alessandro Gnocchi: “Giuseppe Berto, Antonio Delfini. Scrittori controcorrente” (Giubilei e Regnani editori). Nel saggio di Gnocchi, l’opera di questi due maestri sconvenienti viene esposta in maniera chiara, mostrando i lati contraddittori e più affascinanti della loro opera. Analizzando la produzione di Berto, intrisa di psicologismo e mancanza di retorica.. Entrando in polemica con la cultura organica, scegliendo alla via dell’impegno, un disimpegno letterario capace di mostrare la realtà non con l paraocchi dell’ideologia, ma tramite la lente dell’individualità. Tramite opere come “Il cielo è rosso”, “Il male oscuro” e “la cosa buffa”. In cui si mostra l’ironia di Berto: “sono per l’ordine e per inciso non serve a nulla”. Oppure il genio surrealista di Delfini, amato da Pasolini e Montale, critico dell’ “inumanismo” vigente, portatore della spersonalizzazione dell’uomo. Attraverso il saggio di Gnocchi, il lettore ìì potrà conoscere due grandi voci del miglior novecento italiano, liberandole dal loro terribile oblio.