Qualcuno, con una certa enfasi, ha sostenuto che per potere fare scelte occorre conoscere dalle forze vive i loro bisogni. Questo è vero in parte perché la politica dovrebbe comunque avere un suo modello di sviluppo entro cui collocare i bisogni di categoria o individuali. La sommatoria di tutte le rivendicazioni non produce l’interesse generale, ma il consolidamento di un meccanismo di sviluppo spontaneo, corporativo ed assistenziale, opposto della politica di programmazione e della politica dei redditi che Ugo La Malfa aveva indicato come strumento di riequilibrio territoriale e sociale.

La concertazione è strutturalmente la proiezione dello stato corporativo fascista, il consolidamento di quel blocco corporativo assistenziale che dominò sotto il fascismo, che subì la Repubblica ma che scelse Dc per mantenerne i privilegi. Contrapposto a questo blocco ci fu un blocco sociale di classe rivendicativo, massimalista che forniva l’alibi alla Dc stessa per fare una politica corporativa e del sussidio. La Malfa, che era contrario sia alla prima versione moderata e corporativa che alla seconda di classe e rivendicativa, capì subito che aveva contro quel 95% che votava tutte le leggine in parlamento. Era quella una visione dissipatoria del bene comune, foriera di ingiustizie sociali, che indeboliva lo Stato e il meccanismo di produzione e accumulazione delle risorse e quindi che bruciava il futuro ai giovani.

Lui pensava come Mazzini che la Repubblica è un patto sociale con regole condivise che unisce il Paese. Quella concezione di democrazia come libertà politica e articolazione sociale in cui convivono dall’operaio all’imprenditore, dal ceto medio produttivo e professionale al bracciante agricolo, dal professore al commerciante, dal pescatore all’artigiano. Cioè un paese che produce e redistribuisce la ricchezza secondo priorità di interesse generale e di giustizia sociale. C’era nella visione riformatrice di Ugo La Malfa e Mazzini la consapevolezza che l’amministratore pubblico deve governare il contingente senza bruciare l’orizzonte ai giovani, pensare quindi al sistema paese prima di tutto, tagliando sprechi, assistenzialismo, privilegi di casta ed elettorali, tagliare la burocrazia parassitaria. Costruire un moderno stato fatto di pochi livelli decisionali.

Lo Stato che attraverso il Parlamento, luogo dove risiede, vive controlla e legifera la sovranità popolare, indica le linee di sviluppo generale in cui il governo e l’opposizione svolgono i loro compiti di azione politica. La Repubblica come patto sociale così fornisce alla politica l’indirizzo su quali binari può muoversi dialetticamente nei ruoli di governo o di opposizione, ma sempre perseguendo l’interesse generale del paese. Secondo quel patriottismo costituzionale repubblicano che alimenta sempre la crescita del bene comune del paese. In momenti di crisi o di emergenza è questa consapevolezza che rende la politica di unità nazionale determinante e necessaria per sospendere le divisioni ed abbracciare tutti l’interesse di salvaguardia del bene supremo del paese.

Purtroppo gli anni del maggioritario hanno inculcato il veleno della lotta per la conquista del potere che rompe lo schema di patto sociale e attraverso lo strumento della concertazione negozia gli interessi corporativi, i territori da sostenere; i deboli sono sacrificati da tutti perché se nello schema di patto sociale e di politica di programmazione essi sono i primi da tutelare in uno schema di sviluppo, di crescita e di riequilibrio; nello schema di lotta per il potere sono i primi da sacrificare perché non contano molto.

Gli stati generali sono una passerella in cui i potenti negozieranno politiche di sostegno ai loro interessi, in cui la politica, senza una visione della programmazione economica e della politica dei redditi sarà paralizzata. La politica è funzione di responsabilità verso l’interesse generale, non può essere rinvio, promesse, deve essere il riscontro tra il provvedimento e la sua efficacia, eliminando tutti gli ostacoli che ritardano o annullano con lungaggini o balzelli i risultati. La cultura di governo dell’interesse generale presuppone una legittimazione del Parlamento attraverso le commissioni e le procedure parlamentari trasparenti. Sopratutto presuppone che ci sia un atteggiamento di fiducia nei cittadini nella consapevolezza che ogni cittadino sia esso appartenente a qualsiasi ceto sociale esercita a sua volta una funzione di responsabilità verso l’interesse generale e non una funzione delinquenziale verso l’interesse generale. L’impresa ha una funzione sociale, il sindacato o il lavoratore sono retribuiti per produrre e preservare lo sviluppo dell’impresa. Considerare l’impresa antagonista del lavoratore è una follia che solo il comunismo ha sostenuto e che ancora frange estremiste o corporative sostengono. La capitalizzazione delle imprese da parte dello Stato è l’altro veleno alla salute delle imprese che devono, invece, trovare dallo Stato politiche di modernità di sistema paese, di ricerca, di infrastrutture moderne, di sostegno al credito non di assistenzialismo che brucia risorse e controlla politicamente le imprese.

Occorre semplificare al massimo con i controlli in uscita, esiste la dichiarazione di termine dei lavori è lì che si devono esercitare severi controlli, non alla partenza bloccando e paralizzando i lavori. Esistono i direttori dei lavori, sono tenuti a far rispettare le leggi, se le violano la legge li deve radiare e fare pagare sanzioni penali ed amministrative durissime. Si elimini il mercato dei ricorsi, delle variati in corso d’opera la jungla impenetrabile della burocrazia. Si faccia una proposta di Assemblea Costituente con voto proporzionale puro che abbia il compito di proporre al parlamento una riforma dello stato moderna.
Stato, 6 macroregioni, 22 Città Metropolitane su base territoriale, comuni da 25 mila abitanti. Taglio di Regioni, di province, di 9000 enti collaterali. Turnover dei dipendenti pubblici funzionale ai nuovi bisogni progettuali e di conoscenza tecnologica. Formazione professionale continua per tutti i livelli dei dipendenti pubblici. Standard qualitativi simulati per tutti i servizi e controllo di gestione e di qualità di tutte le attività pubbliche. Carta di credito che in automatico accredita o sconta il dovuto nei rapporti tra impresa o cittadino e stato. Riforma fiscale concordata a livelli europeo per consentire condizioni di concorrenza di partenza leale.

Molte di queste cose sono contenute nel piano di Colao, non firmato dalla Mazzuccato, la teorica dell’intervento statale in economia, quel piano sarà fatto a pezzi dagli stati generali perché tagliano i privilegi di molti interessi consolidati, perché tagliano gli alibi delle burocrazie, perché non prevedono uno stato assistenziale, ma che fa welfare utile e positivo al paese. Per questo Mario Draghi non ci andrà e per questo il governo cattocomunista populista invece li ha voluto. A Villa Pamphilj si svolse una delle battaglie più cruente della difesa della Repubblica Romana del 1849 in cui fu ferito a morte Goffredo Mameli. Il 2 giugno del 1849 le truppe napoleoniche occuparono la confinante Villa Corsini, i garibaldini tentarono invano di riconquistarla, nel 1856 le due ville furono unificate in una sola. Non vorremmo che gli stati generali diventassero gli assedianti corporativi e assistiti della Repubblica. In tutti i casi i repubblicani la difenderanno come nel 1849, con le idee e la cultura dell’interesse generale contro il dominio del blocco cattocomunista populista.