Il bello della caduta della monarchia il dieci agosto é che la corte aveva tutti gli assi in mano. La Regina sarebbe scappata da quel maledetto giorno in cui era arrivata in Francia ma non certo il nove perché sicura di rispondere all’eventuale sommossa con una strage. La corte sapeva che in caso di nuova minaccia il generale Lafayette sarebbe piombato con l’esercito a Parigi per schiacciarla, ma la Regina detestava Lafayette ed era convinta di non averne bisogno. Bastavano i duemila svizzeri asserragliati a Palazzo, i cannoni sul carrousel, i gentiluomini del pugnale, i frati nerboruti che avevano gettato la tonaca per il bastone. Parigi era piena di duellanti nobili abili nella spada che sfidavano e insultavano i patrioti e le guardie nazionali. É possibile che tanta palese arroganza abbia anche indotto la popolazione ad accorrere nella lotta perché c’era dubbio fino alla notte del nove che davvero qualcosa si muovesse. Guardiamo un attimo ai club. Solo la sezione di Maconseuil chiede la deposizione del Re. Per lo meno è l’unico atto ufficiale rimasto, poi si sa solo delle trame del più oscuro e potente club dell’arcivescovado, l’unica cosa al mondo che secondo Victor Hugo, temeva Robespierre. Quanto a Robespierre come Danton, come Marat, preparava la fuga. Danton si spaccia come l’uomo del 10 agosto ma è solo abile nella propaganda. Come ministro ha mezzi e quindi invia quel fegataccio di Wasserman in testa alla rivolta ma non è certo Wasserman, militare coraggioso, non un capopopolo, a guidarla. Guardiamo allora alla Gironda, cioè i Giacobini al governo: il suo stato è penoso. Non è che i ministri vengono licenziati e riassunti a piacere del Re, manco vengono ricevuti. Luigi faceva fare anticamera a Roland che non portava fibbie alle scarpe. Brissot aveva voluto la guerra? La perdeva ovunque perché non si era assicurato l’esercito e il marchese di Condorcet, liberale di grande umanità, chiedeva agli emigrati di giurare fedeltà alla nazione e quelli lo prendevano a schioppiettate… Vergniaud almeno aveva il genio dell’eloquenza; in tutta la legislativa è l’unico a prendere la parola contro il Re, ma per il resto ama passar le giornate con le signore. Insomma la mattina del 10 la folla che si raduna sul Ponte Neuf fa un po’ ridere. Escluso il reggimento marsigliese che appena passa il cortile delle Tuileries viene decimato. Devono essere stati quei marsigliesi sbandati e sanguinanti che rinculano a commuovere Parigi a spronare la disperazione della comune a tirar fuori di casa gli ubriaconi nullafacenti che intasavano i club. Perché ad un dato momento la piazza ingrossa e alle Tuileries si trema. A quel punto la grande idea, il Re scenda nella piazza d’armi a incoraggiare i suoi e ci si libererà facilmente della canaglia. E Luigi si presenta in calze di seta e vestito di viola senza saper che dire ai soldati, e manco si suoi gentiluomini, in più aveva dormito e tutti lo vedevano dalla piega dei suoi capelli. Fu la rovina. Gli svizzeri non tirarono più un colpo. Gli aristocratici compresero che la loro causa era perduta. Le guardie nazionali si affratellarono con il popolo. Non c’è regime fondato sulla menzogna, l’incapacità e l’oppressione che per quanto forte possa durare a questo mondo. Arriva sempre la lezione del 10 agosto.

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Laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma I la Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore della Voce Repubblicana. E' stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è vice direttore della Voce Repubblicana.