Alcune grandi personalità della Rivoluzione francese detestavano a tal punto il club giacobino da non volervi mai mettere piede. Non solo Mirabeau, intimamente realista, ma anche montagnardi autorevoli come il potente ministro dell’economia Cambon o lo stesso Carnot che sedeva nel comitato di salute pubblica. André Chenier diceva che il club, a cui era pur iscritto il fratello, veniva frequentato da scioperati, perdigiorno e ubriaconi, mentre Michelet, nella sua grande storia della rivoluzione, trasmetterà l’idea cupa e fanatica che gravava sulle sale dell’ex convento domenicano. Mazzini esule a Parigi andò a visitare quelle spesse mura e rimase assorto davanti alla pittura giansenista che decorava la parete del refettorio, la sala delle riunioni. Michelet che era suo amico non doveva avere tutti i torti, soprattutto quando descriveva il gusto mediocre dei giacobini ossessionati com’erano dall’idea dall’eguaglianza. Vogliamo infierire sui giacobini? I loro oratori migliori sono lagnosi, Vergniaud, ripetitivi e noiosi, Robespierre, le loro intelligenze, Condorcet, astratte, o parossisticamente esasperate, Marat. Tuttavia c’è un aspetto che anche il più ostile avversario dei giacobini non può non ammirare. La diffidenza. Prendiamo sempre Michelet che lamenta l’indeterminatezza delle accuse lanciate da Robespierre verso complotti e congiure ogni momento. Il punto è che indeterminatezza o meno l’accusa era vera. Cospirano la Corte, il Re, la Regina, gli emigrati, gli aristocratici, i preti, i generali e persino i patrioti, visto che la Gironda accoglie tutti i nemici della rivoluzione, basta che brindino alla Costituzione. Non era pazzo, Robespierre vedeva bene, la Francia rivoluzionaria è assediata dai nemici all’esterno e dai traditori all’interno. Per questo il giacobinismo istituisce un centro di controllo permanente in cui tutti si controllano a vicenda. La convenzione, la comune, i club, tutti con i loro comitati di sorveglianza, di ricerche, di sicurezza e quant’altro. Poi i commissari in missione alle armate, i tribunali distrettuali, il popolo alle tribune, l’ufficio di polizia di Robespierre per sorvegliare il comitato di sicurezza generale da parte di quello di salute pubblica che ovviamente a sua volta è sorvegliato dall’altro. Tutto folle se volete, ma funziona. Il primo che sgarra va alla ghigliottina. Certo che è una macchina ossessiva ed ossessionante ma che assolve al compito preposto di controllo del potere costituito quando prima non era mai esistito alcun controllo. É pur sempre il principio fondamentale della democrazia diffidare di chi ne possa abusare e anche le repubbliche successive dovrebbero preoccuparsi che l’esercizio del potere risponda sempre alle esigenze della salute pubblica richiesta dallo Stato. Questo per evitare che i malfattori si impossessino delle istituzioni del popolo. Se mai lo facessero, vanno puniti.

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Laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma I la Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore della Voce Repubblicana. E' stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è vice direttore della Voce Repubblicana.