A otto giorni dal voto, Amy Coney Barrett è stata eletta nono giudice della Corte Suprema. Donald Trump porta a casa un risultato di grande peso, riuscendo a riempire in tempo record il seggio lasciato vacante da Ruth Bader Ginsburg.
La Barrett, 48 anni, cattolica non bergogliana, allieva del leggendario giudice Antonin Scalia, custode della letteralità del dettato costituzionale, è la più giovane giudice di sempre ad arrivare alla Corte Suprema.
Si tratta di uno dei più rilevanti passaggi politici dell’Amministrazione Trump. Con la nomina della Barrett, l’Alta Corte si sposta verso l’ala conservatrice, con sei togati conservatori su nove in totale. Le decisioni della Corte sono destinate a influenzare per i decenni a venire la società americana.
Trump consegna questa nomina all’elettorato più tradizionalista del campo repubblicano portando in dote un giudice dal curriculum irreprensibile, dipinta dall’ala liberal come una retrograda bigotta (sono sempre originali), una specie di Torquemada in gonnella.
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Milanese. Laureatosi in filosofia teorica a Roma, è ricercatore indipendente relativamente al conflitto arabo-israeliano. Collabora con L’Informale, Progetto Dreyfus e Caratteri Liberi. Diverse sue interviste con alcuni dei più autorevoli studiosi di storia di Israele, islamismo e jihad, tra cui Benny Morris, Daniel Pipes, Robert Spencer e Mordechai Kedar, sono apparse oltre che su L’Informale, su DanielPipes.org, Middle East Forum, Frontpage Magazine e The Jerusalem Herald. Direttore editoriale della collana Ricerche sull’antisemitismo e l’antisionismo della Salomone Belforte Editore, ha pubblicato Il Sabba Intorno a Israele: Fenomenologia di una demonizzazione, Lindau, 2017 e Il Capro Espiatorio: Israele e la crisi dell’Europa, Lindau, 2019. Segue la politica estera per La Voce Repubblicana.