Il risultato referendario dello scorso settembre 2020, unto da una aprioristica indifferenza di Stato verso le pluraliste ragioni del No, ci ha lasciato un’eredità dannosa che non potendo accettare con opportuni benefici d’inventario, accettiamo con un più riformista beneficio del dubbio. Le ragioni del progresso trovino già in piedi i cittadini di repubblicana coscienza sulle ingegnerie politiche di sano investimento, per l’economia libera del domani, per il parlamentarismo liberale a partire dall’oggi. Per il bene dell’Italia.

Accettando l’eredità neoplebiscitaria dei populismi, la maggior parte dei votanti ha reso tutti i cittadini eredi di un parlamentarismo gnomo, che è peggio rispetto ad un Parlamento semplicemente composto da gnomi, figli di un più circoscrivibile tempo irredento con incertezze condivise. La varietà delle ragioni del No al referendum è stata liquidata monoliticamente come sponda di difesa delle ombre di un passato politico che non piace. Le vittoriose ma non gloriose ragioni del Si, invece, sono state impresse sugli immediati disbrighi delle fragili coscienze come una veloce via di fuga da un presente vuoto. La voce omnisciente spacciatasi per realista nella narrativa referendario-statalista ha intonato nei mass-media un inno d’indifferenza, pur di fronte al rischio di una subdemocrazia di solitudini, dove gli individui subiscono la rarefazione del proprio peso rappresentativo sotto il filtro alterante delle neopartitocrazie.

La logica all’interno della quale ha vinto il Si referendario decostituzionale è stata la logica della rincorsa elettorale del momento, per far rimanere a galla i già accomodati sulle pubbliche poltrone di ricambio. Ed ecco che quella falsa indifferenza dei vertici governativi verso gli interessi personali dei signori del perenne carpe diem, nella tifoseria del Si, ha portato il pane ad aprioristiche faziosità ben lontane dallo spirito di promozione della libera scelta secondo coscienza civica, per il cosiddetto bene comune.

Occorre trovare nuove nonché idonee soluzioni di contenuto politico per una macchina pubblica che sta sempre più dismettendo la propria funzione genetica di rappresentare tutte le geografie economiche, culturali ed esistenziali della eterogenea Italia, occidentale patria italeuropea che può ancora atlanticizzare all’insegna del progresso liberale la propria area di influenza nel Mediterraneo. Non si può dismettere la denuncia avverso le neopartitocrazie mobili che bloccano lo sviluppo, proprio ora che con il drastico taglio al Parlamento le arterie della rappresentanza democratica risultano ferite; proprio ora che le libertà dei cittadini risultano disordinate, o nel migliore dei casi custodite con cautele generiche e sproporzionismi al ribasso.

Quando è infatti la conformazione stessa del motore parlamentare ad essere depotenziata in una retorica dominante, subdemocratica e a-liberale, si possono anche eleggere tanti piccoli Schumacher alla guida del Paese (Schumacher che non vedo); ma la Ferrari non c’è. Intendiamoci, il sistema parlamentare italiano non è mai stato una Ferrari, ma avrebbe potuto aspirare a livelli qualitativi superiori a quelli già sperimentati, ristrutturandosi intorno alle migliori riflessioni di un sano e prudente riformismo costituzionale. E invece no, domina la retorica delle masse, all’interno delle quali gli individui perdono il volto assaliti da penetranti narrative di cyber-collettivismo.

La vittoria del metodo pressappochista portato avanti dalle agende deparlamentarizzanti, stilate da grilli apriscatolette e leninisti sbiaditi nelle lavatrici del tempo, ci ha consegnato un imminente parlamentarismo amputato di ogni prospettiva di rinascita rappresentativa. Con un taglio orizzontale irragionevole nel suo preciso quantum, al di fuori di ogni garantismo di rappresentabilità per le minoranze varie, contro ogni visione liberale di spinta neocostituzionale e neorepubblicana, la questione metodologica purtroppo viene fatta apparire come un vezzo per pochi ed elitari intellettuali. E invece no, la questione metodologica è la madre di tutte le questioni.

La macchina della comunicazione ufficiale delle maggioranze, così, si adopera per lasciar passare alla pubblica opinione il messaggio  secondo cui l’ingegneria costituzionale – fatta invero d’irrinunciabili checks and balances – è una invenzione di visionari fuori dalla realtà. È invece proprio sulla cura dosimetrica di quei pesi e contrappesi infrastatuali che bisogna lavorare politicamente, adesso, pur nella contingenza negativa del momento. Si può ed anzi si deve ripartire proprio dalle strutture istituzionali che storicamente assicurano le libertà civiche agli individui. Proprio in un momento di vicissitudini dolenti per l’ordine e l’economia occorre investire in capitali umani, progetti produttivi, cantieri strategici, da un lato, e in democrazia parlamentare, dall’altro lato nonché simmetricamente. Fra il litigioso Parlamento nel suo complesso, e il governo nel suo amplesso spesso autoreferenziale ed egoriferito, occorre imbandire tavoli che ritornino a maturare il senso della effettiva e inalienabile divisione tra i poteri dello Stato.

Da un lato occorrono investimenti in economia, dall’altro nell’ingegneria del diritto costituzionale, agendo con prudenza e con coraggio sulle ferite istituzionali del parlamentarismo, muovendosi con tatto sui diseconomici – rebus sic stantibus – nonché spericolati equilibri interni a ciascun potere dello Stato, incluso quello giudiziario.

L’esercizio meta-abusivo della decretazione d’urgenza, il ricorso ondivago e sfrenato all’istituto della fiducia da parte dei governi per celare le proprie incapacità di osare senza abusare, il giuoco del ping-pong sui testi normativi tra i due rami parlamentari: sono queste alcune delle questioni da affrontare. L’efficientamento e l’ottimizzazione di un Paese si misurano infatti sul sistema del fare le leggi rappresentando tutti i cittadini e tutte le aree geografiche, da un lato, e sul sistema di garanzia degli investimenti economici, infrastrutturali, lavorativi, dall’altro lato, in audaci simmetrie. La lungimiranza repubblicana si nutre d’altronde di armonie d’intenti pragmatici, al di là degli ideologismi delle destre e delle sinistre di struttura.

Nei tragici anni tra la prima e la seconda guerra mondiale e tra quest’ultima e l’avvento della repubblicana èra ricostituente, in Italia, il razionale sussulto politico liberale ha tracciato prospettive pragmatiche, ha seminato contributi di sapienza normativa, ha raccolto i frutti di un percorso di liberazione del suddito, poi cittadino, dagli orpelli di una statualità pesante e sovrabbondante.

La configurazione statuale odierna può diventare molto più leggera e risolutiva, priva di tutti i passaggi delle dittature burocratiche del tempo presente, priva di tutte le lentezze e i ghirigori concettuali che la dottrina giuridica spesso rileva e sconfessa, quando non li ricrea.

Si sono fatti passi avanti sul procedimento amministrativo per quanto concerne le tempistiche, la trasparenza, le responsabilità, le potenzialità partecipative in istruttoria, malgrado spesso ciò resti solo sulla carta; si sta arretrando però sul piano più sistemico della forma di governo, e quindi nella sfera di rapporti tra le varie anime istituzionali dello Stato. Con un silente, progressivo depotenziamento del Parlamento si sta sgretolando lentamente la robustezza della stessa forma di Stato, e quindi degli equilibri garantistici all’interno del rapporto tra governati e governanti in senso ampio. I tagli del Parlamento si traducono infatti in un ulteriore minor peso qualiquantitativo dei cittadini, di fronte al potere pubblico.

Il parlamentarismo a vocazione neopartitocratica che si prospetta all’orizzonte dopo la vittoria del Si al referendum costituzionale 2020, rischia d’indebolire ancor di più le conquiste del realismo repubblicano del secolo scorso. Le sfide per il neorepubblicanesimo militante si fanno quindi più intense, anzitutto a livello metodologico. Occorre conseguentemente diffondere la cultura dell’investimento per declinare al meglio un’offerta politica condivisibile e ad ampio raggio, per il Paese Italia, davanti agli elettori in carne ed ossa.

Più innovativi nell’establishment, più forti del mainstream: ruggisca tra le righe delle proposte repubblicane di riforma per l’Italia l’eco di ciò che rilevò Piero Gobetti, un bel po’ di tempo fa: “Le nostre sono antitesi integrali: restiamo storici, al di sopra della cronaca, anche senza essere profeti, in quanto lavoriamo per il futuro, per un’altra rivoluzione”. Quale altra ed alta rivoluzione? La rivoluzione del neorepubblicanesimo liberalriformista, federalista italeuropeo ed al contempo italatlantico.

Quale futura rivoluzione riformista? La rivoluzione di un piano di riforme che declini inalienabilmente l’esercizio delle libertà d’impresa, che assicuri i traffici nella pienezza ed effettività della nuova frontiera della socialità che è l’antitrust, in una dimensione non soltanto eurounionale bensì transnazionale tout court. La rivoluzione diplomatica che preservi ciascun individuo-sovrano dalle false nonché anacronistiche socialità dei socialismi reali; che diffonda indistintamente gli strumenti del sapere libero; che garantisca l’equilibrio neutrale della giustizia al di là delle cinta murarie di parti defunzionalizzate delle magistrature; che minimizzi il ruolo di maxi-filtro dello Stato nelle scelte individuali, familiari, economiche e successorie dei cittadini.

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