E dunque, Jeremy Corbyn, il leader che fu del Labour party viene sospeso dal suo partito in quanto, come recita la motivazione della sospensione, si è reso responsabile “di discriminazione e vessazione” nei confronti di membri ebrei iscritti al partito. “C’era una cultura nel Partito laburista che, nel migliore dei casi, non ha fatto abbastanza per prevenire l’antisemitismo e, nel peggiore, sembrava accettarlo”.
E una umiliazione ben pesante per chi si è rischiato diventasse Primo ministro e che è stato sonoramente sconfitto alle ultime elezioni conducendo il partito che aveva estremizzato, con, come focus della sua politica estera un antisionismo virulento, al suo peggiore risultato in decenni.
Questa sospensione conferma, se ce ne fosse bisogno, ciò che era già palese e che un paio di anni fa fece dichiarare all’ex Gran Rabbino di Inghilterra, Lord Jonathan Sacks, uomo noto per la sua pacatezza, che Corbyn era un antisemita.
Di lui, nel mio ultimo libro, tra le altre cose ho scritto: “Jeremy Corbyn rappresenta in modo emblematico, caricaturale e inquietante le posizioni dogmatizzate dell’estrema sinistra inglese (e non solo, ovviamente) degli anni ’70. ‘Fu questo il periodo, scrive Robert Wistrich, ‘quando la nuova sinistra britannica (in parte influenzata dalla propaganda sovietica e terzomondista), iniziò sistematicamente a descrivere Israele come uno ‘stato colonialista’’. Il sessantaseienne Corbyn è compiutamente un prodotto di quel periodo, di cui condensa nella sua persona l’oltranzismo ideologico e conseguentemente, l’assoluta cecità di fronte alla realtà. Ad essa, come tutti gli ideologhi, il segretario del partito laburista preferisce la consolidata fiction confezionata a Mosca dopo la crisi di Suez del 1956, di Israele come propaggine dell’imperialismo e degli arabi come popolazione autoctona dispossessata della loro terra (solo otto anni separano questo nuovo corso politico russo dal discorso del delegato sovietico Andrei Gromyko alle Nazioni Unite a difesa del diritto degli ebrei ad avere un loro stato). Fiction mai divenuta egemone all’interno del partito e appunto appannaggio di esponenti di frangia, considerati di nessun rilievo, come di fatto è stato lo stesso Corbyn durante i trentacinque anni della sua attività parlamentare. Ma il margine si è spostato, avanzando impensabilmente al centro della scena”.
“Mi riterrò soddisfatto solo il giorno in cui il Labour non sarà più associato alla parola antisemitismo: ma la strada è lunga. Chi ha negato questo problema, è parte del problema” ha dichiarato l’attuale segretario del partito, Sir Keir Starmer.
Sì, la strada è lunga, ma se il buongiorno si vede dal mattino, questo è sicuramente un buon inizio.
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Milanese. Laureatosi in filosofia teorica a Roma, è ricercatore indipendente relativamente al conflitto arabo-israeliano. Collabora con L’Informale, Progetto Dreyfus e Caratteri Liberi. Diverse sue interviste con alcuni dei più autorevoli studiosi di storia di Israele, islamismo e jihad, tra cui Benny Morris, Daniel Pipes, Robert Spencer e Mordechai Kedar, sono apparse oltre che su L’Informale, su DanielPipes.org, Middle East Forum, Frontpage Magazine e The Jerusalem Herald. Direttore editoriale della collana Ricerche sull’antisemitismo e l’antisionismo della Salomone Belforte Editore, ha pubblicato Il Sabba Intorno a Israele: Fenomenologia di una demonizzazione, Lindau, 2017 e Il Capro Espiatorio: Israele e la crisi dell’Europa, Lindau, 2019. Segue la politica estera per La Voce Repubblicana.