Credo sia importante capire come le istituzioni politiche e il sistema economico interagiscono nel determinare le dinamiche economico-sociali, a questo proposito uno studio interdisciplinare ci può aiutare a capire meglio l’attuale momento di impasse che le istituzioni europee stanno attraversando in un momento di emergenza sanitaria, economica e sociale. Con questo scritto mi propongo di cercare le motivazioni economiche di certe scelte istituzionali, e di converso cercare di capire come certe scelte politiche condizionino gli agenti economici. Oggi sono in discussione le istituzioni europee, il loro ruolo e come quest’architettura economica, che risponde al nome di Unione Europea, è in grado di affrontare una crisi senza precedenti. Per cercare di raggiungere questo fine credo sia utile partire dalle basi, dai trattati europei e dalla nascita della moneta unica.

Se leggiamo con attenzione il Trattato di Lisbona del 2007 che riassume in parte i trattati precedenti, ci accorgiamo che all’art. 3 si menzionano vari obiettivi, tra i quali: l’UE basa il suo sviluppo sulla “crescita economica equilibrata”, sulla “piena occupazione”, “combatte l’esclusione sociale”, promuove la “coesione economica, sociale, e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri”, per finire all’art. 5 con “l’eliminazione della povertà”. Alla lettura di questi articoli del Trattato, risulta evidente come gli obiettivi perseguiti con l’ultimo accordo di Lisbona, siano in forte contrasto con gli strumenti che lo stesso trattato ha messo a disposizione per realizzarli. Non mi voglio soffermare su questo contrasto, è sotto gli occhi dei più che gli obiettivi sopra menzionati non sono stati raggiunti, perché gli strumenti messi in campo si sono dimostrati insufficienti e concentrati esclusivamente sugli aspetti economici e finanziari. L’UE negli anni non ha rispettato i trattati come spesso ha insistito il Prof. Giuseppe Guarino. La tesi del professore è che all’origine della moneta unica si sia realizzato un colpo di stato, attraverso un preciso regolamento comunitario, il numero 1466/97. Approfittando della fortissima volontà dei governi del tempo di superare a tutti i costi “l’esame” – sul fronte dei conti pubblici, per esempio – necessario a entrare nella nuova area valutaria, la Commissione fece approvare, infatti, un regolamento che avrebbe vincolato in maniera decisa le leve della politica economica fino ad allora in mano agli stati membri. Procediamo con ordine, nella fase in cui si doveva decidere sulla moneta unica, il Regno Unito aveva dichiarato che non avrebbe rinunciato alla sterlina, così la Germania precisò che avrebbe aderito all’Unione e alla moneta unica solo se questa fosse risultata simile al marco. Il marco era la moneta storica della Germania. In attuazione di un indirizzo politico assunto sin dall’inizio, il governo federale, coadiuvato dalla Bundesbank, si attenne con rigore a criteri antinflazionistici per garantire duratura stabilità al valore della moneta, e conseguentemente uno sviluppo armonioso, equilibrato, continuo dell’economia. L’obiettivo della stabilità della moneta comportava, nelle valutazioni di Otto Pöhl, presidente della Bundesbank, condivise da Jacques Delors, presidente della Commissione, e poi dai rappresentanti di tutti gli altri Paesi, che fossero fissati limiti  all’indebitamento di ciascuno stato membro nelle percentuali, rispetto al Pil, del 3 per cento nell’indebitamento annuale, del 60 per cento nel debito totale. Al dibattito finale presero parte attiva le delegazioni italiana e britannica. Prima che ci si accordasse sulle caratteristiche della moneta, erano state concordate misure che avrebbero condizionato l’intera architettura del sistema. Gli stati avrebbero partecipato all’Unione conservando il loro carattere sovrano; avrebbero ceduto non la sovranità, ma l’esercizio della stessa, in ambiti vasti, che sarebbero stati predeterminati. Le competenze dell’Unione sarebbero state solo quelle specificamente contemplate dal Trattato. Su questo sovviene una riflessione: in casi di emergenza come quello che stiamo vivendo, come può un’istituzione come l’UE intervenire celermente e solidariamente? Un difetto evidente nella costruzione dell’UE è la estrema rigidità delle sue Istituzioni e negli strumenti, che possono essere usati solo in condizioni di crisi cicliche o asimmetriche, i quali, quando sono state usati (es. MES), non hanno risolto i problemi dei cittadini, tutt’al più quello del sistema bancario e dell’euro. Andando avanti nel racconto della storia della costruzione dell’UE per quello che ci interessa in questo contesto, si decise, anche questo a dimostrazione di quanto sopra, che le risorse dell’Unione sarebbero state, oltre i ricavi dei dazi esterni e di poche altre entrate, quelle trasferite all’Unione dagli stati (definite “proprie”). Il bilancio dell’Unione sarebbe dovuto risultare ogni anno in pareggio. Ne discendeva che l’Unione non avrebbe potuto indebitarsi. Non sorprende quindi la riluttanza di alcuni Paesi del Nord Europa a non volere gli Eurobond. Nelle materie di sua competenza, l’Unione avrebbe emesso regolamenti e direttive, con efficacia vincolante diretta negli stati membri. Una cessione di sovranità che si è sempre più allargata al punto da condizionare, i singoli stati aderenti, a regole che, come nel caso della Grecia, hanno portato alla povertà il Paese ellenico, contravvenendo a quanto scritto esplicitamente nell’art. 5 del Trattato sopra menzionato. Oggi con il Recovery Fund si cerca di correre ai ripari, ma non senza tralasciare il fatto che molti membri della UE sono recalcitranti e non convinti di questo strumento finanziario, al punto che la Spagna oltre ad avere rinunciato al MES come tutti i Paesi della UE, a parte l’Italia dove è in corso il dibattito, non ricorrerà ai prestiti del Recovery fund ma solo alle sovvenzioni previste dallo stesso.

Un’altra particolarità dell’Istituzione europea è quella di non essere retta da uno Stato, cosa che poco ha a che vedere con le idee federaliste che presero vita con il Manifesto di Ventotene. Lo stesso Presidente Ciampi, sostenitore dell’Euro, ha sempre e ripetutamente detto che la costruzione dell’UE era zoppa, perché mancava di un’unione politica, non vi era quindi la messa in comune delle sorti dei cittadini dell’Unione, oggi drammaticamente ancor più vero. Da questo punto di vista, vi è la mancanza di un presupposto per la sopravvivenza legale, non solo economica, di una moneta comune. C’è da porsi una domanda, quindi, torniamo indietro di 28 anni, nel 1992, in occasione della firma del Trattato di Maastricht. I firmatari del Trattato avevano coscienza delle profonde diversità allora esistenti tra i Paesi sottoscrittori, che con il tempo si sono accresciute con l’ingresso dei Paesi dell’Est? Sì l’avevano, ma ritennero che i criteri rigidi avrebbero costretto le economie dei Paesi membri a “convergere”. Così non è stato. Un elemento (non convergente) su tutti in questi anni si è evidenziato, ossia quello relativo alla politica fiscale che, anziché essere al servizio della crescita del reddito e dell’occupazione, è di fatto subordinato alla stabilità monetaria. Questo dibattito su come omogeneizzare le politiche fiscali dei Paesi dell’UE, ad oggi divergenti, si somma a un altro di strategia economica, il mercantilismo, cioè la promozione della crescita nazionale tramite le esportazioni, quindi tramite la domanda estera. Questa impostazione strategica richiede che si operi un perenne recupero della produttività. Questo “recupero”, può essere realizzato nel breve periodo solo tramite la compressione dei salari, cioè la crescita della disuguaglianza, favorita dalla globalizzazione del capitale finanziario. A questa strategia di politica economica europea di orientarsi verso l’offerta non si affianca e non si integra una politica d’interventi sulla domanda aggregata, che avrebbe permesso di porre maggiore attenzione alle aree più arretrate che per loro natura e storia presentano profonde diversità nella crescita della produttività. Per produttività s’intende il rapporto tra la quantità (di un bene o di un servizio) prodotta in una data unità di tempo e i mezzi che s’impiegano per produrla (I fattori della produzione sono quattro: beni naturali, lavoro, capitale e organizzazione). E’ evidente che non tutti i Paesi hanno uguale produttività, vale a dire la stessa attitudine a conseguire un risultato superiore ai mezzi impiegati, ed è altrettanto evidente che un’economia guidata dal debito non può garantire un equilibrio economico tra aree che storicamente hanno una diversa produttività.

Ed ecco un’altra violazione del Trattato, dove all’art. 3 si legge che l’Unione promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri. A questo punto del ragionamento si può tentare di fare un bilancio, a oltre un quarto di secolo dall’avvio del mercato unico e da quasi vent’anni dall’introduzione dell’euro. Possiamo affermare che la “stabilità monetaria”, che era il vero obiettivo, è stato approssimato e alle volte con fatica, la stabilità finanziaria è molto lontana dall’essere approssimata e con la crisi attuale potrebbe “franare”. Se pensiamo, pertanto, che a questi due obiettivi sono stati sacrificati i veri interessi dei cittadini, la crescita reale, l’occupazione e il benessere materiale e sociale, il giudizio sull’UE non può che essere negativo. A questo punto del  possiamo affermare che le uniche politiche che hanno avuto successo fino ad ora sono state quelle di sostegno all’euro. Il vero scontro è stato, e lo è oggi più che mai, su cosa non ha permesso un saggio di crescita reale comparabile con il resto del mondo (USA e CINA in particolare). A questo riguardo ci sono due scuole di pensiero, una che sostiene la mancanza o la scarsità delle “Riforme”, e l’altra che sostiene l’assenza di una politica della “Domanda”. La prima scuola di pensiero è quella che in questi anni ha costituito la maggioranza: molti governi hanno parlato di riforme e alcune sono state fatte, ma non hanno che peggiorato la situazione dei cittadini, quindi, se questo era l’obiettivo, lo hanno centrato in pieno. Disoccupazione, precarietà, povertà, e il debito (pubblico) è comunque aumentato, un risultato non certo entusiasmante per i cosiddetti “riformisti”.

La seconda scuola, quella che si pone come obiettivo la crescita della domanda, trova dei freni nell’architettura dell’Unione monetaria. Infatti, i principi tracciati nel Trattato istitutivo di Maastricht si basano sul fatto che “ridotti livelli di deficit sul PIL aiutino la crescita”, questo presupposto non trova conferma, però, nell’analisi economica.

La politica monetaria dell’Unione si è basata su questo principio e i risultati sulla domanda e sulla crescita economica sono evidenti a tutti. Analizzando un aspetto monetario che spesso sfugge all’analisi di molti osservatori economici, è che un Paese che accetta un cambio fisso e rinuncia all’opzione della svalutazione deve avere una contropartita in termini di redistribuzione fiscale. Questa redistribuzione fiscale è avvenuta nell’Unione Europea? No. Gli ostacoli all’armonizzazione fiscale, infatti, sono sempre stati fortissimi, una politica fiscale comune che dovrebbe essere uno strumento essenziale d’integrazione comunitaria e di smantellamento del dumping fiscale tra gli stessi Stati membri è sempre stato limitato dall’ordinamento dell’UE a ipotesi di concorrenza fiscale.

E’ però evidente che, così operando si preclude alla legislazione nazionale di far fronte a questi abusi della tax competition.

Per capire meglio: un Paese membro dell’UE può applicare tassazioni diverse alle imprese e, in particolare all’utile societario, indistintamente sia che si tratti di residenti che di non residenti in quel determinato Paese.

Per esempio, l’Olanda (strenuo oppositore degli Eurobond) che ha accolto la FCA (Fiat Chrysler Automobiles N.V.) e altre società italiane come la Ferrero, la Cementir che ha deliberato il suo trasferimento nel mese di maggio.

Osserviamo, quindi, un Paese che più di tutti predica austerità e disciplina di bilancio e lavora sottotraccia per attirare le sedi fiscali di multinazionali di mezzo mondo (anche il Lussemburgo non è da meno). Che cosa succede con questo “dumping fiscale” da parte dell’Olanda? Succede che si drenano risorse agli altri partner europei.

E’quello che avviene all’interno dell’UE! Solo il Parlamento europeo di recente ha acceso un faro su queste politiche di vero dumping fiscale, ma le istituzioni europee che contano, su questa palese violazione dei Trattati, tacciono.

Tornando alla nostra realtà e alla crisi che ci attanaglia sempre più, è necessario immaginare altri scenari perché si possa costruire un “progetto di ricostruzione”. In questo scritto farò solo degli accenni e rimando a un prossimo lavoro l’ipotesi di progetto o piano di ricostruzione dei “fondamentali” di un Paese che prima di tutto deve salvaguardare la libertà e la democrazia. Oggi siamo sotto attacco da un agente esterno, è un attacco sanitario (scenario da guerra) e un attacco alla nostra economia, ma è anche un attacco alla nostra cultura e socialità.

L’attacco sanitario è quello più insidioso perché l’agente esterno è “invisibile” e per certi versi “nuovo”, l’altro attacco – quello economico che ha ripercussioni sociali drammatiche – però non è invisibile, è tangibile e identificabile.

L’attacco economico-finanziario uno Stato sovrano lo deve sapere affrontare senza cercare di incolparne qualcuno, perché non si è preoccupato prima di affrontarlo e, pertanto, da troppi anni è in bilico.

Non sappiamo, data l’attuale situazione in divenire, cosa potrà accadere. Nella speranza che non accada nulla di catastrofico, come potrebbe essere, per certi versi, la dissoluzione dell’eurozona e il crollo dell’economia italiana, un fatto però è certo: in Italia un certo numero d’imprese falliranno, le banche avranno forse meno “sofferenze” preso atto dell’intervento dello Stato con l’emissione di 400 miliardi di euro.

Il Presidente del Consiglio il 6 aprile 2020 annunciò al Paese: “diamo liquidità immediata per 400 miliardi alle imprese, piccole medie o grandi. Lo Stato offrirà una garanzia perché i prestiti avvengano in modo celere, spedito”.

È andata, purtroppo, in modo molto diverso: dopo 7 mesi sono stati concessi dalle banche 85 miliardi, il 21% di quanto promesso, in modo né immediato e né celere. Forse si arriverà a concederne entro la fine del 2021 altri 108 miliardi e comunque solo se si prevederà in manovra una dotazione supplementare per il Fondo di Garanzia di 7,15 miliardi, della quale né si fa cenno nella recente nota di aggiornamento del DEF né si considera nello scostamento di 23 miliardi votato dal Parlamento.

Nello scorso giugno l’operatività del Fondo di Garanzia è stata salvata con una operazione di cosmesi dopo che il Consiglio di Gestione del Fondo ha approvato la riduzione della percentuale di accantonamento necessaria per coprire i rischi sui prestiti.

Il Fondo di Garanzia, creato dallo Stato, è stato dunque alimentato a rilento e con risorse insufficienti provocando i ritardi nelle concessioni di prestiti delle banche.

Banche che, per le garanzie insufficienti, se hanno prestato soldi lo hanno fatto alle imprese più solide, quindi a quelle meno danneggiate dalla crisi dovuta alla pandemia.
Oggi mancano 1,25 miliardi per il Fondo fino alla fine del 2020 e altri 5,9 miliardi per il 2021 (totale 7,15), per assicurare la prosecuzione delle misure di sostegno alle imprese.

Soffriranno meno gli istituti bancari, ma comunque diventeranno più deboli, i ricchi diventeranno più ricchi e la classe media farà un nuovo passo verso la povertà. Non è uno scenario incoraggiante, però bisogna prenderne atto, consapevolezza, e dirci la verità, ossia che questa crisi dovuta al covid19 ha radici più antiche e una di esse è quella di non aver trovato, dopo la caduta del muro di Berlino, un nuovo assetto geopolitico e soprattutto quello di non aver trovato un modo per conciliare le sovranità nazionali con l’integrazione economica globale. Ora siamo arrivati a tirare le somme di un lungo periodo dove la politica fatica a governare gli effetti di una crisi non solo economica ma soprattutto istituzionale. La scelta, pertanto, non è solo di quali strumenti sono più idonei per l’immediatezza della crisi (MES, Recovery Fund, emissione monetaria della BCE ecc.), ma vi è anche un’altra scelta che si deve a breve ipotizzare, partendo da una constatazione che ho cercato in questo mio scritto di evidenziare.

L’UE, con la sua attuale struttura, è un’Istituzione in grado di dare una risposta convincente e unitaria per il rilancio di una nuova comunità europea?

Oppure, data la sua rigidità, non è più opportuno che l’Italia trovi soluzioni interne che le permettano di uscire da questa crisi abbandonando questo modello economico e questi Trattati per riappropriarsi delle sue prerogative in materia monetaria, valutaria e di cambio e riproporsi sui mercati internazionali?

Quest’ultima è un’ipotesi da prendere in considerazione, perché è molto probabile che altri Paesi stiano già predisponendosi in questa direzione. Su questo tema il Prof. Paolo Savona aveva da qualche tempo predisposto un Piano B con l’avvertenza nel dire che: “Esiste sempre un piano B, nelle banche come nelle famiglie. Come esiste un piano A. Se le cose dovessero andare male, non bisogna essere impreparati”.

Anche qui mi pongo una domanda: che cosa potrebbe indurci a prendere in considerazione questa non facile prospettiva?

Da anni si parla e si scrive di spread (divario tra il Bund tedesco e i BTP decennali italiani) questo spread nasce dal dubbio che il Paese (Italia) non ce la faccia a rimborsare il debito (mai accaduto al nostro Paese) in una dinamica, quella dell’UE, dove s’impone una politica di deflazione che richiede ai Paesi politiche che riducono la crescita. Questo modus operandi, ha portato alla distruzione della ricchezza che ha peggiorato le condizioni del Paese anno dopo anno in Italia. E’ la condizione in cui ci troviamo adesso e ci troveremo ancor di più tra pochi mesi (a meno di una riconversione a 360° dell’UE) che ci deve imporre di prendere decisioni importanti e indipendenti da ciò che altri (Germania, Olanda ecc) ci dicono di fare. Se l’Italia per le ragioni esposte e per la pochezza delle politiche dell’UE decidesse o fosse costretta a uscire dall’Euro avrebbe certamente un grave contraccolpo, ma recupererebbe di contro, tre strumenti di aggiustamento che ha ceduto all’UE: sovranità monetaria (poter emettere moneta) cioè poter creare moneta, fissare i tassi d’interesse e i rapporti di cambio estero. Tutto questo però a condizione che l’Italia esca dalle secche di una politica compromissoria e asfittica, da una burocrazia elefantiaca, da una giustizia lenta, dannosa per i cittadini e pervicacemente politicizzata a detrimento della sua indipendenza.

In conclusione, non so quale sarà il quadro finale che vedremo una volta scesi da questo treno in corsa, ma una cosa è certa, il paesaggio lo dovremo dipingere di nuovi colori.