Lo scenario che abbiamo davanti è nebuloso e critico, ma può essere stimolante e foriero di novità per invertire un modus operandi della Ue e soprattutto rivedere i meccanismi di funzionamento della BCE e del suo ruolo di Banca centrale. In questo breve scritto, ma spero esaustivo, mi soffermerò sul funzionamento del Quantitative Easing (QE), il cui significato lo potremmo definire di “alleggerimento quantitativo” allo scopo di creare nuova moneta per stimolare l’economia. Tratterò del Quantitative Easing e dei suoi strumenti più importanti, per poi indicare una possibile soluzione sul come  si potrebbe rendere più efficace l’azione della BCE in questa situazione di emergenza.

Il Quantitative Easing (da ora in poi QE) è composto da diversi strumenti, uno è quello messo in campo dalla BCE e presentato dalla Presidente Christine Lagarde il 12 marzo scorso. Ebbene questo strumento è il TLTRO, targeted longer-term refinancing operations, vale a dire un Piano di finanziamento a lungo termine. Questo strumento, nato nel 2014, consiste in una “asta di liquidità” con la quale la BCE concede prestiti alle banche che lo richiedono. Questo prestito ha una durata di 4 anni per questo si parla di “lungo termine”, questa nuova liquidità serve per essere iniettata nell’economia reale dai vari Paesi Europei. Nel 2016, attraverso questo strumento, sono stati prestati alle banche commerciali italiane circa 250 miliardi. Questo orizzonte temporale (4 anni) è necessario alle banche per prestare liquidità alle famiglie e alle imprese del settore privato; una chiosa, il prestito alle famiglie non prevede accensione di mutui e per quanto riguarda le imprese si parla di imprese piccole e medie, ma ritorno più avanti sull’argomento. Per quanto riguarda il tasso di interesse si prevede più basso dello 0,50 – 0,75 rispetto al tasso attuale questo per invogliare le banche a partecipare all’asta di cui sopra. L’intento è quello di stimolare l’economia reale e di creare i presupposti di una politica monetaria espansiva. In questa prospettiva, le banche dovrebbero correre e partecipare all’asta per accaparrarsi più denaro liquido possibile e prestarlo alle famiglie e alle imprese. Sul perché questa corsa forse, anzi con molta probabilità, non avverrà ci arriviamo dopo. Adesso, è utile fare un raffronto con il QE per cosi dire “tradizionale” per cercare di capire meglio il funzionamento di questi strumenti.

Il QE tradizionale, l’ultimo della Lagarde di 750 miliardi (poi ulteriormente aumentato), non prevede la collaborazione diretta tra le banche e la BCE, insomma, non c’è nessuna asta alla quale partecipare. La BCE interviene direttamente sul mercato dei titoli finanziari già emessi, come ad esempio i titoli di Stato, allo scopo di abbassare i rendimenti dei titoli di Stato dei vari Paesi e, quindi, facendo risparmiare notevoli quantità di denaro ai governi, dovendo pagare meno interessi ai creditori. Inoltre, dal momento che molti di questi titoli sono stati acquistati dalle banche, l’altro effetto del QE è fornire liquidità al sistema bancario.

Le banche private solitamente in questo scambio ci guadagnano sul differenziale dell’interesse. Se torniamo di oltre un decennio addietro 2008/09 ci ricorderemo della crisi, ebbene fu in quegli anni che il QE nacque, voluto dall’allora presidente Draghi per salvare l’Euro e gli Stati dell’Eurozona, una sua invenzione, una forzatura, perché la BCE non lo prevedeva, anche se negli USA questo strumento era già stato utilizzato ed è per questo che il QE è anche definito uno strumento non convenzionale. Allora, il QE e il TLTRO sono entrambi strumenti, o meglio ancora provvedimenti di politica monetaria espansiva “non convenzionali”, però sono molto diversi tra loro. Il TLTRO prefigura un rapporto debitore-creditore fra le banche commerciali e la BCE, dove quest’ultima presta danaro, affinché le banche commerciali lo eroghino tramite le loro attività di credito all’economia reale. Il QE è invece un programma di acquisto di attività finanziarie allo scopo, come detto prima, di abbassare i rendimenti e lo spread. In pratica con lo strumento del QE si opera per abbassare i costi di finanziamento degli Stati, perché gli Stati dell’Eurozona non potendo stampare autonomamente la moneta devono ricorrere al mercato finanziario e quindi chiedere in prestito il danaro. Ci si potrebbe chiedere, perché il danaro non lo presta direttamente la BCE agli Stati nazionali? La risposta è semplice: perché il Trattato non lo prevede.

Andiamo avanti e torniamo ai 125 miliardi che la BCE il 12 marzo scorso di fatto a messo all’asta per le banche. Che cosa è successo?  Perché le borse hanno perso così tanto? Sicuramente la Lagarde non ha usato parole di circostanza e dicendo quello che ha detto ha aumento la sfiducia dei mercati, ma io credo che, anche l’adozione di questo strumento di prestito alle banche per incentivare l’economia reale non sia piaciuto ai mercati finanziari. Come mai? Il mercato non ha creduto che questa leva monetaria di 125 miliardi poteva essere sufficiente a risollevare i vari stati nazionali da una perdita che è e sarà pesantissima, poi non tutte le imprese possono essere prese in considerazione dalle banche, perché le piccole e medie imprese in Italia sono una percentuale infinitamente più piccola di quelle sotto i 10 o 5 dipendenti che, invece, sono la stragrande maggioranza e sono queste microimprese che non potranno accedere a questi prestiti, perché non eleggibili, solitamente, infatti, i prestiti vanno ad imprese con fatturati dai 10 milioni in su.

Le famiglie sono già molto indebitate e questa misura esclude l’accensione dei mutui. Insomma i mercati hanno fatto due conti e di fatto hanno bocciato questa misura. Che cosa si può fare adesso. Io credo che gli strumenti che può mettere in campo la BCE, data la situazione di emergenza e di eccezionalità mai vista prima, sono necessari ma non ancora efficaci e quindi bisogna pensare ad altri attori da inserire in questo scenario da incubo.

Ed è proprio in questo scenario da guerra che l’Eurotower proseguirà gli acquisti nell’ambito del Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (pandemic emergency purchase programme o PEPP) con una dotazione finanziaria totale di 1.350 miliardi di euro fino alla fine del 2021 e, in ogni caso, finché non riterrà conclusa la fase critica legata al coronavirus. Tali acquisti dovrebbero concorrere ad allentare l’orientamento complessivo della politica monetaria, contribuendo così a compensare l’effetto al ribasso della pandemia sul profilo previsto per l’inflazione ed a contrastare efficacemente i rischi per l’ordinata trasmissione della politica monetaria. Tali acquisti saranno condotti in modo flessibile fra le varie classi di attività e paesi, ed il capitale rimborsato sui titoli in scadenza verrà reinvestito nel quadro del PEPP, almeno sino alla fine del 2022.

La BCE interverrà anche con un  programma di acquisto di attività (PAA) ad un ritmo mensile di 20 miliardi di euro, unitamente agli acquisti nel quadro della dotazione temporanea aggiuntiva di 120 miliardi di euro sino alla fine dell’anno. Ma tutto questo, pur essendo necessario, a mio parere, non è sufficiente. A questo punto quale attore potrebbe essere, a livello nazionale, il soggetto al quale affidare il ruolo di “giusto mezzo”?

Assumendo il fatto che la BCE non stamperà moneta a “fondo perduto” da trasferire ai singoli Stati per “ristorarli” delle perdite economiche (quelle sociali si misureranno con maggiore esattezza alla fine della pandemia e comunque tra qualche tempo) dovute a pandemia da coronavirus, e che stando alle previsioni si può stimare un calo del PIL intorno al 10% e una perdita di oltre 250 miliardi di euro, dovremo necessariamente indebitarci, quando sarebbe stato più utile un intervento diretto della BCE nelle economie dei singoli Stati membri della UE. Infatti, a differenza della Federal Reserve per gli USA (FED), che è una banca di stato, la BCE non è garante del debito pubblico dei suoi Stati membri. Ciò significa che se il debito degli Stati Uniti rimane invenduto, la FED deve acquistare tutti i titoli del Tesoro che non sono stati acquistati sul mercato. Fermo restando che in questo momento la BCE sta comprando Titoli pubblici dei Paesi Europei e sta garantendo un equilibrio finanziario nell’area euro e sui mercati, tenendo a bada lo spread che è sempre in agguato, tutto questo è necessario e fa da tampone ad una situazione di emergenza, ma non è sufficiente per poter progettare un piano di crescita economica e di progresso civile e sociale del nostro Paese, una volta finita questa emergenza.

Ed allora occorre, a mio parere, un nuovo attore, per la verità non tanto nuovo, ma che può aiutarci a trovare una strada meno tortuosa, un “giusto mezzo” di aristotelica memoria, che si interpone tra la BCE e l’impresa e le famiglie un soggetto pubblico (Cassa depositi e prestiti), che potrebbe essere una banca (una sezione di investimenti di mediocredito). Vale a dire un attore che si possa assumere la perdita non solo degli interessi sui prestiti, ma anche perdite in conto capitale che dovessero derivare dal rientro dei prestiti, la BCE dovrebbe a quel punto stampare moneta, erogarla a questo soggetto direttamente, al fine di spalmare questa massa monetaria ad una vasta platea di operatori economici per ricostruire il tessuto economico del nostro Paese. E’ uno scenario possibile? Se concordiamo che ci stiamo avviando verso una recessione economica unica o meglio, paragonabile al dopoguerra 1945 e se riteniamo che la UE con tutti i suoi strumenti non è in grado da sola, per tutta una serie di vincoli, ad affrontare uno scenario da guerra, questa potrebbe essere una strada da prendere in seria considerazione.

Inoltre e non ultimo, senza l’inserimento di una spesa pubblica aggiuntiva per investimenti, e non solo di spesa pubblica per dare assistenza e ristoro, l’unico effetto degli interventi di emergenza sarà il recupero parziale del terreno perso quest’anno. La speranza di innestare un ciclo economico favorevole, come quello che si avviò fra la fine degli anni Quaranta e il decennio Cinquanta e Sessanta del Novecento per effetto degli aiuti americani e in particolare del piano Marshall, è legato a un massiccio programma di spese che consenta al Paese e ai suoi imprenditori di ritrovare fiducia nel futuro. Occorre uno strumento idoneo nel fare tutto questo, e una banca pubblica potrebbe essere in questa fase il soggetto più appropriato.

Non sarà la soluzione del problema, come tutto ciò che è stato in questo scritto evidenziato, sono strumenti, si possono utilizzare o no, dipende da tanti fattori come la volontà politica, l’dea di Europa, l’idea di società, l’idea di sviluppo e progresso. Si parla e si scrive di mezzi e di tanti strumenti, è difficile capire qual è il fine, spesso ho la sensazione che i mezzi si siano scambiati con i fini, per esempio l’euro su cui tutto si è detto e fatto in questi ultimi vent’anni è stato un mezzo o un fine?

 

 

 

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