Oggi in Italia, mi sono svegliata come una bambina stordita, eccitata per il giorno delle elezioni negli Stati Uniti, anche se ho spedito la mia scheda elettorale settimane fa. Mentre sto qui seduta a scrivere dopo essere stata sveglia tutta la notte a guardare le maratone elettorali, mi sento vendicata per molte ragioni.

In primo luogo, sono stata scettica sui sondaggi che annunciavano l’imminente vittoria del candidato democratico Joseph Biden sul Presidente in carica Donald Trump. Durante tutto il periodo che precede le elezioni, ho ribadito ai miei amici e colleghi in tutto il mondo che la sconfitta di Trump non era un “affare fatto”. Ho sostenuto che quest’anno c’erano molte più persone che votavano per Trump di quanto pensassero. E no, non sono i cosiddetti “rednecks” bianchi rurali o gli evangelici i cui voti hanno reso queste elezioni così combattute, ma piuttosto gli americani medi di buon senso. Questi ultimi sono estremamente preoccupati per gli inasprimenti fiscali annunciati da Biden, in particolare quelli sull’aliquota Ires, che Trump ha abbassato dal 35% al ​​21% e Biden vuole rialzare al 28%. Quelli di Wall Street hanno sicuramente espresso il loro voto per Trump, anche se non lo hanno detto pubblicamente perché sanno che tasse più elevate riducono i profitti netti delle società quotate in borsa, deprimendo i corsi azionari. Wall Street e gli imprenditori hanno sostenuto Trump perché sanno che in genere il mercato azionario e l’economia si comportano meglio negli anni delle elezioni quando il partito in carica vince. Perché? Chiaro e semplice: i mercati non amano l’incertezza.

A questo argomento, i miei amici americani che hanno sostenuto Biden, insieme a quelli europei, osservano con condiscendenza che sono interessata solo ai miei interessi economici e mi dipingono come un'”americana avida”. Continuano a parlare del loro profondo disgusto per la retorica “America First” di Trump. Eppure, mentre blaterano e lanciano insulti, penso quanto segue in un angolo della mia mente: non tutti i paesi perseguono i loro interessi? Non è per questo che esistono le nazioni? Non sarebbe sciocco da parte loro non farlo e non c’è forse il desiderio di vedere il tuo paese prosperare e la sua gente rispettata?

Un altro motivo per cui la “maggioranza silenziosa” ha votato per Trump ieri è perché sono stanchi di politiche identitarie che proiettano i problemi attraverso le lenti di gruppi confusi come Black Lives Matter, che è un esempio da manuale su come non costruire la solidarietà. Come ha scritto l’intellettuale Mark Lilla, docente alla Columbia University: “La solidarietà su una questione come il maltrattamento degli afroamericani da parte della polizia viene fatta rivolgendo un campanello d’allarme a tutti gli americani con una coscienza e non attraverso la decisione del movimento di usare questo maltrattamento per costruire un accusa generale della società americana e delle sue istituzioni preposte all’applicazione della legge”. Il saccheggio e la distruzione diffusi che hanno avuto luogo sulla scia delle uccisioni di George Floyd a Minneapolis e Jacob Blake a Kenosha hanno sbalordito gli americani fino al midollo. Proteste pacifiche, sì, ma violenza e rivolte, no!

Infine, un altro motivo per cui Trump e Biden sono testa a testa mentre arrivano i risultati delle elezioni è dovuto alla politica estera. Il record di Trump qui è stato un successo. Sotto la sua guida, l’America ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, ha difeso il suo alleato del Medio Oriente alle Nazioni Unite, si è ritirata dall’accordo nucleare iraniano, ha promosso accordi di pace tra Israele e Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan e ha delineato un accordo di pace tra Israele e i palestinesi. Inoltre, si è opposto all’andazzo nella Nato chiedendo che tutti paghino la giusta quota associativa. Ha avuto il coraggio di opporsi alla Cina e cercare di fermare i suoi giochi sporchi in materia di commercio. Inoltre, ha criticato a voce alta la repressione della Cina a Hong Kong e in Tibet, e la persecuzione degli uiguri. In poche parole, e nonostante i suoi detrattori che lo dipingono diversamente, Trump combatte fermamente contro l’autoritarismo e il razzismo.

Quindi, qui continuiamo a stare seduti ad aspettare i risultati delle elezioni. Tuttavia, chiedo quanto segue: vogliamo davvero tornare indietro con “Sleepy Joe” o vogliamo vedere altri quattro anni di Trump, un presidente che non ha solo fatto un buon lavoro, ma un ottimo lavoro?

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Americana del Midwest, vive tra Italia, Israele e USA. Ha conseguito un Master in Politica Comparata alla London School of Economics ed un Dottorato in Storia Contemporanea Europea al Queen Mary College (University of London). Ha insegnato nel Dipartimento di Relazioni Internazionali alla American University, sede di Roma, e alla Ben Gurion University in Israele. Ha scritto per Il Foglio, Panorama, The Jerusalem Post, The Weekly Standard, The World Jewish Digest e The Journal of International Security Affairs. Ha pubblicato La Storia del Partito d’Azione e la diaspora degli Azionisti, 2008. Attualmente siede nel board del Guarini Institute for Public Affairs - John Cabot University a Roma. Inoltre lavora come traduttrice e scrive per il The Times of Israel. Segue la politica estera per La Voce Repubblicana.