Che a prevalere sia Donald Trump o Joe Biden, e salvo indesiderabili strascichi giudiziari, il vincitore delle elezioni presidenziali Usa è la democrazia. Ogni quattro anni, la corsa alla Casa Bianca è uno spettacolo democratico senza uguali nel mondo. Gli occhi del pianeta sono puntati su Washington, DC e la stampa internazionale analizza ogni parola e gesto dei candidati, traendone indicazioni sul futuro del pianeta. Quest’anno, 150 milioni di americani hanno partecipato al voto e il Presidente eletto avrà ricevuto l’investitura di oltre 70 milioni di suffragi. Eppure in questa dimostrazione di democrazia ognuno ci vede quel che vuole.

La stampa italiana ci ha visto “un Paese spaccato”. Questa è ovviamente una interpretazione italo-italiota. La divisione lungo linee di partito, già caratteristica dei sistemi bipartitici maggioritari, è addirittura amplificata nel sistema presidenziale. Tra due candidati, si prende posizione per l’uno o per l’altro, la spaccatura che si crea è politica, ed è un bene che esista. Il fatto che le elezioni siano decise da percentuali minuscole non è un’ingiustizia, ma la migliore garanzia democratica; la piccola ampiezza del margine di vittoria, da un lato, certifica l’esistenza di un’opposizione forte a controllare l’uomo più potente del mondo (attraverso l’equilibrio dei checks and balances); dall’altro, tutela la possibilità di alternanza al governo: chi perde non deve scalare una montagna per riprovarci. Al contrario di quanto creduto, non c’è nulla di democratico nei plebisciti. Le maggioranze bulgare sono una cosa da Bulgaria comunista e nella Bulgaria comunista vanno lasciate.

Ma ora, sarebbe una sciagura se il candidato perdente, chiunque dei due sia, mettesse il processo democratico nelle mani della Corte Suprema. Il Potus non deve essere nominato da 9 giudici, ma eletto dal popolo americano attraverso il meccanismo del collegio dei delegati. L’imperfezione del processo elettorale è parte delle regole del gioco democratico. I candidati dovrebbero dunque accettare le decisioni della commissione elettorale come finali e definitive. Uno strascico giudiziario porrebbe una severa ipoteca sull’autorevolezza e credibilità del Presidente eletto e sul ruolo degli Usa come esempio e faro di libertà per gli oppressi.

Il candidato perdente deve concedere con tutto il fair play del mondo. Nella democrazia Usa, lo scontro elettorale è duro, ma finite le ostilità della campagna, il Paese torna unito sotto la guida dell’uomo che giura di osservare la stessa Costituzione e difendere la stessa bandiera del suo avversario. Non accettare la sconfitta sarebbe, questo sì, un gesto divisivo non all’altezza della democrazia americana. Il brutto precedente del 2000 (Gore vs Bush) deve passare alla Storia come la cosa da non fare mai più.

(Foto: Wikipedia – Licenza Creative Commons)

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Avvocato, manager e giornalista. Allievo del 198° corso alla Scuola Militare Nunziatella, ha conseguito la laurea all'Università di Roma Luiss, il Master of Laws alla New York University e il Juris Doctor alla Columbia University di New York. E’ Avvocato; Solicitor (England & Wales); Attorney at Law (New York); e appartiene all’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Ha esercitato la libera professione in USA (Sullivan & Cromwell) e assunto ruoli manageriali in UK (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo; BlackRock). Ha pubblicato "L’altra Brexit" (Milano Finanza, 2018); è editorialista Brexit per il quotidiano finanziario Milano Finanza; opinionista geopolitico per il canale televisivo finanziario Cnbc. Direttore responsabile della Voce Repubblicana.