La situazione economica in Italia
La Commissione europea ha pubblicato la sua stima su come andrà l’economia italiana nel 2021. Spoiler: molto male. La caduta rovinosa del nostro prodotto interno lordo sarà la seconda peggiore di tutta l’Unione europea: -9,9%. Peggio di noi solo la Spagna con -12,4%. E il debito pubblico italiano arriverà al 159,6% nel 2020. Nel 2019 era al 134,7%. Nel 1970 era al 40,5% ma non pensiamo al passato.
Cosa ha detto la Commissione, oltre i numeri terribili? Nel suo report dedicato all’Italia ha fatto capire che la produzione reale non tornerà a livelli pre-pandemia entro il 2022 come molti sperano. Così come non ci sarà la ripartenza a V dell’economia. Tradotto: dopo la discesa dell’economia non ci sarà un forte rimbalzo che riporti l’Italia al punto di partenza. «Non abbiamo mai fatto affidamento su una ripresa a V. E ora sappiamo con certezza che non ce l’avremo», ha detto il commissario europeo all’economia Paolo Gentiloni.
Ma i dati di agosto ci dicono che l’edilizia e la manifattura hanno superato i livelli di produzione di gennaio?
Si tratta di un fragile rimbalzo, secondo la Commissione. Il problema storico italiano è la domanda interna: ovvero quanto poco spendono nei consumi gli italiani. La seconda ondata di contagi ha indebolito la fiducia delle famiglie che non torneranno a spendere come prima, almeno fino al 2021.
E se la pandemia dovesse durare più a lungo? Occorreranno misure di contenimento più stringenti e prolungate, cosa che porterebbe a una crescita più bassa e ad una disoccupazione più elevata, lasciando cicatrici più profonde nelle imprese.
UE e fondi
I Paesi dell’Unione che non rispetteranno i principi dello stato di diritto potrebbero perdere l’accesso ai fondi europei. Finora i fondi venivano bloccati solo in casi di frode o corruzione.
Il Parlamento europeo e il Consiglio (l’organo che riunisce i ministri dei 27 governi nazionali) hanno trovato un accordo per punire i governi che con le loro leggi minacciano l’indipendenza della magistratura o non rispettano i diritti umani e delle minoranze.
Ma i fondi europei vanno spesso anche agli individui o alle associazioni.
Non si rischia così di punire loro in modo indiretto, invece di colpire i governi più autoritari?
Infatti l’intesa concordata tra eurodeputati e ministri prevede un meccanismo che blocchi i finanziamenti direttamente ai governi, ma che non inciderà sulle persone e associazioni che continueranno a ricevere i fondi promessi e su cui contavano, anche dopo l’attivazione del meccanismo di condizionalità. Lo ha detto il co-relatore dell’accordo, il finlandese Petri Sarvamaa del Partito Popolare europeo.
Tutto bellissimo ma cosa c’entra l’Italia? Non vorrei parlare dell’uso improprio dei Dpcm, forse in un altro momento. La questione è importante perché il meccanismo per legare i fondi Ue allo Stato di diritto era una delle richieste degli eurodeputati per sbloccare il NextGenerationEu, il piano da 750 miliardi di euro di aiuti della Commissione europea.
Ora il negoziato tra Parlamento europeo e Consiglio andrà avanti più velocemente.
Ma cosa serve per far arrivare i soldi europei nei conti correnti del governo? Un po’ di cose.
Prima di tutto un piano nero su bianco in cui il governo italiano spiega in quali progetti concreti il governo italiano intende investire i 209 miliardi di euro dei fondi europei.
Ma in generale serve ancora un accordo tra Parlamento europeo e Consiglio sul bilancio europeo 2021-2027.
Gli eurodeputati vorrebbero fosse più sostanzioso per evitare di tagliare molti progetti sacrificati nel Consiglio europeo di luglio per approvare il NextGenerationEu.
Niente altro? Serve anche un accordo su come realizzare tecnicamente lo strumento più corposo del NextGenerationEu: il Recovery and Resilience Facility.
Per capirci come la Commissione dovrà prendere i soldi sul mercato e come saranno restituiti. E poi il passaggio che forse richiederà più tempo: la ratifica da parte di tutti e 27 i Parlamenti nazionali degli Stati membri.
Chi vincerà tra Biden e Trump?
Alle ore 22.40 del 5 novembre è in vantaggio Biden. Ma non è ancora finita.
Per diventare presidente degli Stati Uniti ne servono 270 e a Biden basterebbe vincere in Michigan, Nevada e Arizona, dove al momento è in vantaggio. Oppure gli basterebbe ottenere i 20 grandi elettori della Pennsylvania dove il margine di vantaggio di Trump si sta assottigliando sempre di più. Mi sono perso a “grandi elettori”.
In effetti, il sistema elettorale americano è complicato. Chi si è schierato con Trump e chi con Biden?
La Commissione europea, aveva consigliato a tutti i leader dei 27 Stati membri di astenersi dal rilasciare dichiarazioni ufficiali di congratulazioni a uno dei due candidati per evitare di inimicarsi l’eventuale sfidante, qualora poi prevalesse alle urne. Ma qualcuno non si è trattenuto. Giuseppe Conte? No, anche se ha fatto capire che per l’Italia non cambierebbe niente nel caso vinca Trump o Biden. Facendo capire che non sarebbe un dramma la rielezione di Trump. La Merkel è a favore di Biden? La cancelliera non si è espressa, mentre il ministro dell’Economia tedesco Olaf Scholz (Spd) sì.
Ha detto ha che «tutti i voti devono essere contati». Le stesse parole usate da Biden nella notte elettorale per evitare che Trump dichiarasse già la vittoria. In Francia Macron non ha twittato nulla sull’argomento perché è impegnato a risolvere la crisi di sicurezza nel Paese dopo l’ultimo attentato a Nizza.
Anche il premier ungherese Viktor Orbán ha sostenuto apertamente Trump. Si è descritto come un suo precursore.
Invece il premier polacco Mateusz Morawiecki (Conservatori e Riformisti Europe) non si è espresso, ma non è un mistero che il suo governo sovranista speri in una vittoria dei repubblicani.
Poi c’è stato un leader che non ha detto nulla ma ha molto in comune con Biden.
Chi? Il premier della Lettonia Arturs Krišjānis Kariņš che è nato e cresciuto a Wilmington, in Delaware, la cittadina dove Biden abita da decenni e dove ha tenuto il discorso nella notte elettorale.
In generale si può ragionevolmente affermare che l’Europa, in maggioranza, spera in una affermazione di Biden. Ma se vincesse Biden come cambierebbe il rapporto tra Stati Uniti ed Europa? Se Biden vincesse i rapporti tra Washington e Bruxelles sarebbero più amichevoli, prevedibili e inclusivi rispetto alla presidenza Trump.
Ma alcune strategie di fondo non cambieranno. Come per esempio lo scontro con la Cina che rimane un problema strategico e non ideologico di Trump.
Magari assumerà altre forme e sfumature, non ci sarà più una aperta e brutale guerra commerciale, ma gli Stati Uniti cercheranno di limitare l’espansione dell’economia cinese e la sua influenza sull’Europa.
Oltre la Cina? Potrebbero esserci ancora alcuni dazi per i prodotti europei, perché i 27 Stati membri esportano negli Usa molto più di quanto importino con un surplus commerciale di 153 miliardi di euro a favore di Bruxelles.
Non a caso Obama aveva cercato un accordo commerciale come il TTIP per mediare la situazione e cercare uno sbocco per le merci americane agricole nel mercato europeo ma Trump ha fatto saltare quell’accordo che aveva molti difetti.
Quindi non cambierà nulla? Non proprio, con Biden potrebbe tornare l’approccio comune e multilaterale alla risoluzione dei problemi internazionali.
Tradotto: gli accordi internazionali che coinvolgono i Paesi europei saranno rispettati dagli Stati Uniti
Facciamo un esempio: il 4 novembre del 2020 gli Usa sono usciti formalmente dall’accordo di Parigi sul clima. Biden oggi ha twittato che se sarà presidente tra 77 giorni Washington tornerà a rispettarlo. Perché 77 giorni? È il tempo tecnico per aderire di nuovo all’accordo.
Ma il punto è che Washington diventerà meno imprevedibile come alleato per gli europei. Forse gli Stati che più saranno dispiaciuti di una eventuale sconfitta di Trump sono Polonia e Ungheria che poche settimane fa Biden ha definito come dei regimi totalitari per le loro derive illiberali.