Il 20 gennaio Joe Biden assumerà ufficialmente le funzioni di 46° Presidente degli Stati Uniti. L’uomo che ha riunito attorno a se le variegate anime del Partito Democratico in nome della comune avversione a Donald Trump ha vinto, sia pur di misura malgrado le trionfali stime dei sondaggisti, un vero e proprio referendum sulla personalità di un interprete anomalo dei ceti perdenti della globalizzazione finanziaria e tecnologica. Il ritorno di Biden alla Casa Bianca, dove per ben 8 anni è stato il vice di Obama, costituisce un fattore di netta svolta rispetto allo stile aggressivo ed alle iniziative dirompenti del suo predecessore, ma in realtà non riserva elementi di particolare novità circa i contenuti delle proprie “policies” sui temi caldi dell’attualità interna ed internazionale.

Sul versante interno dovrà pilotare l’economia americana fuori dalle pesanti turbolenza della pandemia con politiche non molto dissimili da quelle che hanno fruttato a Trump il consenso di vasti settori dell’elettorato. Ciò vale per la creazione di posti di lavoro attraverso un “mix” monetario e fiscale espansivo, trattenendo negli Stati Uniti i circa 2,5 trilioni di dollari che Trump aveva fatto rientrare con opportuni incentivi, alimentando investimenti produttivi e nuovi record di Wall Street. Su aspetti sistemici di più lungo periodo, dalla sanità alla decarbonizzazione fino alle politiche universitarie e scolastiche Biden dovrà confermare le sue doti di esperienza e di mediazione fra interessi costituiti, al tempo stesso resistendo alle sollecitazioni delle ali più radicali del Partito Democratico e dovendo tener conto degli equilibri tuttora incerti al Senato fino ai ballottaggi di inizio gennaio in Georgia.  Il tandem con Kamala Harris costituisce forse la vera incognita circa l’assertività della prossima Presidenza sui temi più nevralgici della società americana, incluso il malessere razziale.

Sul terreno internazionale quattro sfide attendono l’Amministrazione Biden: Cina, Russia, Medio Oriente, rapporti transatlantici. In realtà anche qui le novità sono relative giacché alcuni dei nodi risalgono proprio agli anni dell’Amministrazione Obama: ciò vale per il crescente duello commerciale e soprattutto strategico con Pechino, per la vicenda ucraina del 2014 e la reazione russa sulla Crimea ed il Donbass, per le infauste Primavere Arabe del 2011 dalla Libia alla Siria che hanno aperto spazi alla stessa Russia, alle ambizioni neo-ottomane di Erdogan ed all’Iran.

Circa il rapporto con Teheran si tratterà di vedere se Washington rientrerà nel JPCOA e se, al tempo stesso manterrà l’appoggio agli Accordi di Abramo per contenere l’influenza iraniana nella Regione attraverso il rapporto tra Israele e le monarchie del Golfo. Circa le relazioni transatlantiche, il compiacimento delle Capitali europee per l’elezione di Biden sembra disinvoltamente sorvolare sulla circostanza che la qualità di tali relazioni passa anche attraverso tutti i citati teatri del panorama internazionale, dalla Cina alla Russia, dall’Iran all’equivoca posizione della Turchia, per decenni pilastro della NATO. In effetti i chiarimenti tra Washington e le Capitali europee dovranno innanzitutto essere preceduti da quelli tra queste ultime, giacché le eterogeneità sono molteplici: la Germania ha un surplus commerciale con la Cina ed importa crescenti volumi di gas dalla Russia mentre la Francia manifesta una propensione a sovraesporsi nel Mediterraneo, nel Golfo e nel Sahel anche a sostegno delle esportazioni della propria industria della difesa. L’architettura della NATO (definita “obsoleta” da Trump ed in stato di “morte cerebrale” da Macron), dopo le discutibili missioni “out of area” dal Kossovo all’Afganistan e la Libia, si è affidata meccanicamente agli allargamenti ad Est, culminati nelle vicende della Georgia e dell’Ucraina, ma non sorretti da una adeguata visione politica nel rapporto con Mosca, analoga a quella che aveva dato luogo al G 8 ed alle intese di Pratica di Mare.

Sul terreno commerciale il TTIP è naufragato nel 2015 sul banco di prova dei prodotti agricoli e dei servizi finanziari. Anche in tal caso è mancata da entrambe le parti visione di lungo periodo e capacità di aggiustamento strutturale. È prematura una valutazione sull’impatto che l’elezione del tandem Biden-Harris avrà sul profondo divario che innegabilmente separa due concezioni degli Stati Uniti. Anche per gli europei, con l’orizzonte delle elezioni tedesche del settembre 2021, che segneranno l’uscita di scena di Angela Merkel, e di quelle francesi del maggio 2022, gli interrogativi sono numerosi ed assumono una drammatica dimensione per il duplice effetto della pandemia e dei fenomeni immigratori, più e meno recenti,  nei quali prolifera l’estremismo di matrice islamista. L’ottimismo induce ad auspicare una fase dinamica di correzione dei tanti squilibri surricordati, il realismo mette in guardia da semplificazioni e scorciatoie.