Questa non è scuola! E’ la scritta che campeggia all’ingresso del Liceo Artistico e Musicale “Canova” di Forlì, una seria e giusta rimostranza degli alunni contro  l’ultimo DPCM, che, per le scuole secondarie superiori, ripropone l’insegnamento a distanza, la DAD, come unico rimedio per contrastare la proliferazione del Covid 19.

Non bastavano le lunghe chiusure dello scorso anno scolastico, le criticità e le carenze delle strutture scolastiche , a cui molti enti locali hanno cercato di sopperire con sforzi enormi, non bastavano i ritardi nelle nomine dei docenti, le controverse direttive igienico-sanitarie, ora anche la riproposizione della “famigerata” didattica a distanza, una modalità di insegnamento-apprendimento che presenta vari limiti, specie se non suffragata da significative sperimentazioni, adeguate strumentazioni  e da specifica formazione ed esperienza dei docenti (basti immaginare l’esercito di supplenti alle prime armi…).

Una modalità che emargina almeno un terzo degli studenti, o perché risiedono in zone periferiche e disagiate, carenti di efficaci e moderne reti telematiche (fibra ottica), o per le difficoltà economiche, che non consentono a tutti l’acquisto di strumenti tecnologici all’altezza di supportare efficacemente i collegamenti (occorrono almeno 20 mega bit al secondo per un buon collegamento in Adsl): i bonus sono riservati solo alle famiglie con un ISEE inferiore ai 20 mila euro.

Difficilmente, inoltre, un adolescente riesce a seguire le lezioni su un monitor per più ore (si pensi alla “curva dell’attenzione” in classe…), ancor più difficilmente l’insegnante riesce ad interloquire con tutti gli alunni “a distanza”, a tenere la situazione sotto controllo, a rispondere ai vari chiarimenti richiesti, a valutare con obiettività. Del resto, è stato, pedagogicamente, dimostrato che sono proprio le relazioni interpersonali, l’empatia, la socialità, gli elementi che stimolano gli interessi, la curiosità, il desiderio di conoscere e di apprendere, non certo il distanziamento artificiale.

Molto meglio, quindi, tenere le lezioni in presenza, magari con orario ridotto e con doppi turni, mattino e pomeriggio, per non “affollare” le aule ed i laboratori, adottare  le opportune misure igieniche e logistiche, organizzare un adeguato e potenziato sistema di trasporti, individuare ogni soluzione plausibile, pur di tenere gli studenti a scuola, luogo certamente più sicuro, protetto e controllato di altri, con le sue precise regole e procedure e con la sua precipua funzione formativa. Perdere un altro anno scolastico significa fare arretrare ancor più il nostro Paese, in termini culturali, sociali ed anche economici: ce lo possiamo permettere?

L’autore è il Responsabile nazionale scuola del PRI