Va dato atto al presidente del consiglio di voler resistere alle pressioni dei cosiddetti scienziati che di fronte alla curva dei contagi si sono rimessi a chiedere di chiudere tutto il paese senza distinzioni. Non c’è dubbio che se la gente si tappa in casa non si infetta.

Se poi si vuole più essere sicuri, possiamo anche rifugiarci sottoterra. Occorrebbe però che tutta la popolazione sotterrata vi rimanesse. Perché se invece vava  supermercato magari due volte al giorno tutto diviene vano. La Cina ha fermato i contagi a Wuahan perché erano i militari a stabilire quando si poteva andare a fare  la spesa e su quale percorso.

Sono i vantaggi che posseggono le dittature rispetto alle democrazie. Per cui possiamo anche chiedere l’isolamento alla cinese, il problema é riuscire poi a farlo. Se dopo soli due giorni dall’entrata in vigore dell’ultimo DPCM risultano dodicimila violazioni, c’è da credere che le cose non promettono al meglio. Noi multiamo i trasgressori. In Cina sparano.

Forse il professor Galli insieme al lock down dovrebbe anche riorganizzare il settimo Katanga, perché il nostro esercito é  quello della repubblica democratica. Il presidente del consiglio mostra quindi oltre al realismo della difficoltà di dover gestire regole e restrizioni per una popolazione che ha vissuto in uno stato libero,  anche un certo senso politico. A luglio aveva promesso un nuovo Rinascimento, non può precipitare a dicembre in un secondo medio evo.

Oltre al fatto che se il governo cambia regole e decreti ogni settimana c’è il rischio che la gente ritenga i  provcefimenti inefficaci e alle proteste si aggiunge il senso del rificolo. Invece di una chiusura il premier ha annunciato quindi una strategia di uscita. Se davvero questa esistesse  e si rivelasse efficace, volentieri gli si perdonerebbe errori, ritardi e violazioni costituzionali di ogni genere e grado. Non fosse che mentre si scrive si teme che Conte abbia già cambiato idea.