Pericolo Cina. La penetrazione di capitali provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese in Italia continua a crescere ed ha raggiunto livelli di allerta. L’attività economica cinese in Italia è stata analizzata dal Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). Ne emerge una strategia di penetrazione sistematica che punta agli asset strategici nazionali. Il dossier del Copasir arriva mentre è in corso la revisione dell’accesso cinese alle reti di tlc 5G attraverso le multinazionali Huawei e Zte.

A fine 2019 risultano direttamente presenti in Italia 405 gruppi cinesi, di cui 270 della Repubblica Popolare Cinese e 135 con sede principale a Hong Kong, attraverso almeno un’impresa partecipata.

Le imprese italiane partecipate da tali gruppi sono in tutto 760 e la loro occupazione è di poco superiore a 43.700 unità, con un giro d’affari di oltre 25,2 miliardi di euro. In particolare, le 572 imprese italiane a partecipazione cinese occupano oltre 31.000 dipendenti, mentre il loro giro d’affari sfiora i 17,9 miliardi di euro. Le 188 imprese partecipate da multinazionali di Hong Kong occupano invece oltre 12.600 dipendenti e il relativo giro d’affari è pari a 7,35 miliardi di euro.

Dal punto di vista settoriale, le attività delle imprese italiane a partecipazione cinese appaiono abbastanza diversificate, dividendosi quasi equamente tra i principali comparti. Il maggior numero di imprese partecipate (150) si registra nel settore manifatturiero, che rappresenta però quasi i tre quarti del totale in termini di dipendenti (oltre 22.700).

Segue, a grande distanza, il comparto dei servizi, con oltre 4.500 dipendenti in 173 imprese partecipate.

Si contano quindi 126 imprese commerciali, con quasi 3.300 dipendenti, mentre i rimanenti comparti (settori primari, costruzioni e utilities) contano in tutto poco più di 500 dipendenti in 142 imprese partecipate (per lo più nel settore della produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica).

Le acquisizioni avvengono con sistematicità ad ogni livello, nei settori a più alto valore aggiunto o più strategici. Tra gli attori maggiormente coinvolti, si segnalano multinazionali come StateGrid e ChemChina.

La prima ha da diversi anni una significativa quota del 35 per cento nella finanziaria delle nostre reti energetiche elettriche – CDP Reti S.p.A. – che controlla Snam, Terna, Italgas. ChemChina, invece, è detentrice della maggioranza (45 per cento) delle quote di Pirelli & C. S.p.A., società che opera, come noto, nel settore chimico-industriale come produttore di pneumatici per automobili, motociclette e biciclette, oltre a materassi e cuscini e rappresenta uno dei principali operatori mondiali nel settore degli pneumatici in termini di fatturato con presenza commerciale in oltre 160 nazioni.

Il flusso si è recentemente interrotto con la pandemia da Coronavirus, ma ha in passato creato concentrazioni notevoli: la Shangai Electric Corporation ha comprato – già nel 2014 – il 40 per cento di Ansaldo Energia S.p.A. (con sede a Genova), mentre quote di ENI, TIM, ENEL e Prysmian sono sotto il controllo della People’s Bank of China, la banca centrale della Repubblica Popolare Cinese.

Per completezza pare utile evidenziare che quanto sopra esposto riguarda esclusivamente gli investimenti diretti realizzati da soggetti cinesi in Italia. Tuttavia, nell’ambito degli investimenti di capitali cinesi nel nostro Paese, non si possono trascurare gli investimenti effettuati attraverso fondi di investimento, società di gestione del risparmio, società fiduciarie italiane ed estere o società finanziarie, le quali in qualche modo schermano l’identificazione del titolare effettivo degli investimenti.

Nessuna economia europea da sola appare in grado di contenere le ambizioni di Pechino. Appare necessaria un’iniziativa a livello di Commissione Ue per creare uno scudo comunitario contro il Dragone.