Ogni anno, il presidente cinese Xi Jinping pronuncia un discorso per la vigilia di Capodanno, durante il quale è ormai consuetudine per i netizen cinesi di non limitarsi a prestare attenzione solo alle sue parole: come in una sorta di “totolibro” di fine anno, gli spettatori più attenti setacciano la libreria dietro Xi, analizzando i titoli trovati lì per cercare di ottenere qualche indizio sulle politiche future del presidente. E la grande novità degli ultimi anni sono testi sull’intelligenza artificiale, un argomento di enorme interesse non solo per il governo cinese.

Ma per quale motivo il leader dell’ultima arrivata tra le superpotenze sembrerebbe trovare nell’Intelligenza Artificiale un argomento così interessante? E soprattutto, cos’è l’intelligenza artificiale, e perché è rilevante per tutti noi?

Questo articolo cercherà di spiegare in termini semplici questa nuova tecnologia, qual è il suo attuale stato di avanzamento e quali sono le ripercussioni geopolitiche della nuova corsa agli armamenti del 21esimo secolo.

Cos’è l’intelligenza artificiale (“AI”)

In termini semplici, l’Intelligenza Artificiale (AI) si riferisce alla simulazione dell’intelligenza umana in macchine programmate per pensare come gli esseri umani e imitare le loro azioni; generalmente, le funzionalità dell’AI includono la capacità di ragionamento, pianificazione, apprendimento, elaborazione del linguaggio naturale, percezione e la capacità di spostare e manipolare gli oggetti.

L’intelligenza artificiale è ulteriormente suddivisibili in tre tipi, in base alla loro capacità di imitare il cervello umano:

– Artificial Narrow Intelligence (“ANI”), nota anche come “AI debole”: è l’unico tipo di Intelligenza Artificiale realizzato con successo fino ad oggi. Questi algoritmi sono orientati al raggiungimento di un obiettivo e molto specifici sul compito assegnatoli, come per esempio nel caso di riconoscimento facciale o vocale, assistenti vocali, guida di un’auto o ricerca in Internet. Sebbene queste macchine possano sembrare intelligenti, operano sotto una serie ristretta di vincoli e limitazioni, motivo per cui questo tipo viene comunemente definito AI debole. La stragrande maggioranza degli investimenti privati sono focalizzati su questo tipo di AI, che è oggi il più fruibile a livello commerciale.

– L’intelligenza artificiale generale (“AGI”), nota anche come “Strong” o “Deep AI” è il concetto di una macchina con intelligenza generale che imita l’intelligenza e/o i comportamenti umani, con la capacità di apprendere e applicare la sua intelligenza per risolvere qualsiasi problema. AGI può pensare, capire e agire in un modo che è indistinguibile da quello di un essere umano in una determinata situazione. Allo stato attuale delle cose, la AGI è ancora in fase embrionale; basti pensare che il supercomputer “K” costruito da Fujitsu, una delle macchine di calcolo più veloci al mondo e sicuramente uno dei più riusciti tentativi per ottenere un’intelligenza artificiale forte, tuttora richiede 40 minuti di tempo per simulare un singolo secondo di attività neurale umana. La ricerca in questo campo è di natura mista civile/militare, ed è qui che sono concentrati i maggiori e più tangibili sforzi a livello internazionale.

– Superintelligenza artificiale (“ASI”), AI ipotetica che non si limita a imitare o comprendere l’intelligenza e il comportamento umano; L’ASI è il punto in cui le macchine acquisiscono consapevolezza di sé e superano le capacità dell’intelligenza e delle capacità umane, ed è l’obbiettivo ultimo delle ricerche militari in questo settore; si stima che serviranno almeno 15-20 anni per raggiungere risultati tangibili nella ricerca. E’ importante considerare che il raggiungimento di questo obiettivo da parte di qualsiasi Paese sarebbe equiparabile all’invenzione della bomba nucleare in un mondo armato di fionde e bastoni.

L’importanza geopolitica dell’Intelligenza Artificiale

Recentemente il tenente generale Vera Linn Jamieson, vice-direttore dello staff per l’intelligence, la sorveglianza e la ricognizione aerea al Pentagono, ha affermato che “la velocità è essenziale nell’era digitale”, dipingendo un quadro cupo della situazione attuale: mentre la Russia “grande istigatrice” ha il desiderio di fare esperimenti ambiziosi con l’AI, la Cina ha già i mezzi per farlo.

Ad esempio, la Cina sta costruendo diverse città digitali dedicate all’ intelligenza artificiale in una partnership civile-militare per capire come verrà propagata l’IA, con l’obiettivo esplicito di diventare il leader mondiale in tale tecnologia entro il 2030. Le città tracciano i movimenti umani attraverso un software di riconoscimento facciale, osservando ogni mossa dei cittadini durante la loro giornata, e addirittura creando un “rating sociale” dei cittadini che arriva a bloccare l’accesso anche ai servizi più basilari per i cittadini meno rispettosi delle regole. Un vero e proprio incubo Orwelliano, che ha risvolti assolutamente inquietanti.

“Stimiamo che la spesa totale per i sistemi di intelligenza artificiale in Cina nel 2017 sia stata di 12 miliardi di dollari. Stimiamo inoltre che crescerà fino ad almeno 70 miliardi di dollari entro il 2020”, continua Jamieson. Cifre importanti, che stanno dando alla Cina un vantaggio difficilmente superabile senza una strategia specifica estremamente efficiente.

Infatti, la maggior parte dei governi mondiali ha compreso l’importanza di questa tecnologia e sta attivamente destinando sempre più fondi alla sua ricerca. In questa tecnologia, a differenza di molte altre, il vantaggio del primo arrivato è fondamentale. Anzi, cruciale, in quanto il raggiungimento della superintelligenza da parte di qualsiasi Paese renderebbe immediatamente obsoleti tutti i progressi tecnologici – o militari – ottenuti in precedenza. È con questa consapevolezza in mente che la maggior parte dei Paesi si sta muovendo rapidamente nel mondo dell’AI. In notizie recenti abbiamo appreso dei 3 miliardi di euro stanziati dal Dipartimento della Difesa tedesco per la ricerca sull’AI, con ulteriori 5 miliardi di euro in discussione.

A livello globale, la corsa è contesa tra Stati Uniti e Cina, di gran lunga i più importanti players, con quasi l’80% degli investimenti globali. In Europa solo Germania e Francia hanno investimenti significativi nel settore, ma è chiaro che il divario con le due superpotenze globali è sempre più ampio.

Italia: troppo poco, troppo tardi?

Recentemente il ministero dello sviluppo economico italiano ha lanciato una nuova strategia per l’implementazione dell’AI nell’economia italiana, in un piano giudicato da diversi esperti poco ambizioso e troppo tardivo. Troppo poco non solo in termini di fondi stanziati – appena 175 milioni di euro all’anno – ma soprattutto in termini di portata. Infatti, tra le 82 raccomandazioni del documento ufficiale “Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale” relative allo sviluppo ed all’ implementazione della tecnologia, il MISE indica come focus strategico esclusivamente un tipo molto limitato di intelligenza artificiale: la “Edge AI” o “Embedded AI”, cioè un sistema di intelligenza presente direttamente sul dispositivo. In termini più generali, questo tipo di IA è molto specifico nell’uso e fa parte della famiglia “AI debole” illustrata sopra. In sostanza, gli sforzi del governo sono concentrati su un ambito molto limitato e ristretto che, strategicamente, non darà alcun vantaggio all’Italia in quanto la maggior parte degli altri Paesi sta finanziando ricerche molto più avanzate in aree dell’AI estremamente consequenziali geopoliticamente e trasformative dell’equilibrio globale di potere. È quasi come che il governo italiano avesse rinunciato di correre la maratona prima di raggiungere lo stadio, e che sia meglio concentrarsi su una passeggiata di pochi metri, per dar comunque l’impressione del movimento verso un obiettivo.

Chiaramente, il piano del governo non è sufficiente, sia finanziariamente che in termini di ambizioni, a sviluppare un percorso verso l’intelligenza artificiale che possa consentire all’Italia di tener testa alla competizione globale. Questo stato di cose, questa mancanza di coraggio e lungimiranza, è assolutamente inaccettabile, specialmente se si considera che il futuro della geopolitica sarà definito da questa ed altre tecnologie “dirompenti”. Una corsa che evidentemente il ministro Di Maio ritiene persa in partenza, relegando l’Italia al ruolo di spettatore nella corsa più importante del secolo. Con buona pace dei ricercatori Italiani che si trasferiscono all’estero per mancanza di opportunità nel Bel Paese.