Dall’11 novembre, giorno dell’audizione in commissione di vigilanza Rai del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, leggiamo su varie testate la notizia di una pesante crisi della Rai. Proprio ieri La Repubblica, ha parlato di uno stato di  imminente default. Tale notizia, tuttavia  ha trovato solerte smentita sulle colonne dello stesso giornale da parte dei vertici Rai, i quali evidentemente fanno molta fatica a digerire le parole del Ministro con cui viene sostanzialmente calato il sipario sul loro mandato:  ci saranno «nuovi vertici che si insedieranno entro le scadenze previste». Evidentemente speravano in una prorogatio, che sulla base dei dati reali, dei risultati conseguiti e del rispetto del contratto di servizio, sarebbe stata per il maggiore azionista dell’azienda un suicidio in piena regola.

La consapevolezza del MEF che «I problemi economici della Rai non riflettono solo la flessione congiunturale, ma mettono a nudo problemi strutturali che richiedono una rivisitazione del piano industriale. La tendenza all’incremento strutturale delle entrate da canone deve impegnare l’azienda a presentare un piano serio che razionalizzi le strutture per un equilibrio prospettico tra entrate e costi, anche con attenzione alla dinamica dell’occupazione che non penalizzi la capacità della Rai di essere attrattiva», manifesta con chiarezza che è finito il tempo delle “vacche grasse” e che per ridare slancio alla Rai, non basta più predicare il vuoto slogan della “maggiore azienda culturale del paese”, ma vanno effettuate delle azioni concrete.  Tali azioni non possono prescindere da alcune considerazioni sullo stato di fatto concreto della realtà aziendale che alla luce delle nostre informazioni pare sia ormai una sorta di “bateu ivre” alla Rimbaud, una nave ubriaca con 13000 dipendenti che pur avendo competenze e qualità è costretta per “dovuti” politici  ad approvvigionarsi di continuo all’esterno, anche per fare dei modestissimi talk o programmi di infotainment alla Uno Mattina. Si vantano Salini e Foa di aver conseguito un pareggio di bilancio tagliando il 15% dei compensi di queste “risorse esterne”, ma fanno finta di non sapere che molte di queste risorse prendono in ogni caso  stipendi di gran lunga sopra la media, portando  all’azienda nulla in termini di ascolti e guadagni. E’ bene notare che ci sono  programmi che in questo periodo stanno facendo l’1,5% di ascolti e sono gestiti totalmente da autori esterni, senza aver tenuto minimamente conto che si potevano realizzare dentro gratis e anche meglio.

Fin dai  tempi di Luigi Gubitosi, l’unico vero manager che ha gestito la Rai, si è parlato di passaggio della Rai da Broadcast Tradizionale a Media Company, ma eccetto il lavoro fatto in quel periodo grazie a quel direttore generale, nel processo di digitalizzazione dell’azienda, tutto è rimasto pressoché fermo a quel periodo. Buona parte dei programmi vanno ancora in SD (standard definition, il segale video degli anni 90), la famosa Rai Accademy che aveva l’ambizione di formare il personale interno ha drenato diverse decine di milioni, senza nemmeno sfiorare lo scopo con cui era nata e rivelandosi del tutto inutile. Non trascurabile poi la presenza del segnale di RaiWay sul territorio è spesso scadente e in molti paesi italiani ci sono lamentele dei cittadini che non riescono a sintonizzarsi sui canali della Tv pubblica.

La struttura organizzativa e manageriale dell’azienda poi è del tutto ferma al passato ed in alcuni casi come nella gestione del personale, siamo ancora alla fine dell’800, giacché  ci viene raccontato che ancora oggi i lavoratori vengono gestiti dalla Direzione Mezzi di Produzione delle singole reti e non dal Risorse Umane e Organizzazione, come dovrebbe avvenire in qualsiasi azienda normale del 2020. A poco o nulla è inoltre servito il Consigliere d’amministratore scelto tra i lavoratori, il quale pur in buona fede non è riuscito comunque a frenare appalti ed esternalizzazioni.

Si dice che le aziende culturali si dividono in quelle orientate al prodotto, in quelle orientate al mercato ed in quelle miste mercato/prodotto, ma a noi pare che la Rai, “la maggiore azienda culturale” per ora  non sia orientata ad altro che a nominare dirigenti, scopo poco nobile e irriguardoso nei confronti di milioni di contribuenti i quali invece si aspetterebbero un prodotto televisivo di alta qualità. Ci sono molte azioni concrete che si potrebbero mettere in atto per provare a rilanciare la Tv di Stato e metterla alla pari degli altri grandi operatori televisivi europei. Ovviamente la prima dovrebbe passare dal commissariamento di buona parte della dirigenza attuale e dal ritorno in Rai di veri manager e non miracolati sulla Via di Damasco. La Seconda nella valorizzazione reale e costante delle risorse interne con un reale sviluppo delle competenze digitali. Si tratterebbe di far esprimere tutti i lavoratori al meglio delle loro potenzialità, compresi gli ultimi 340 giornalisti assunti. La terza passa per la definizione chiara del ruolo istituzione che ha la Rai in particolare con gli organi di sicurezza dello Stato e con le università, per la diffusione della conoscenza e delle informazioni utili allo sviluppo del sistema-paese e alla crescita e alla trasmissione delle virtù civili e repubblicane.

E’ fondamentale in questo periodo chiedersi davvero cosa vogliamo fare della Rai. Se ha ancora senso investire risorse pubbliche in un azienda che in un momento di difficoltà in cui nonostante l’indebitamento  netto passato dai 251 milioni di fine 2018 ai  537 di fine 2019  pochi giorni fa si è pensato di fare 38 nuove nomine, di cui ben 18 Vicedirettori.

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