Domenica 15 novembre è stata siglata ad Hanoi la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP). Si tratta dell’accordo di libero scambio commerciale più rilevante del mondo, che raggruppa l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), con l’aggiunta di Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Sono quindici Paesi che insieme rappresentano circa un terzo dell’economia globale, coinvolgendo una popolazione di circa 2.7 miliardi di persone. L’accordo, fortemente voluto da Pechino, comporta l’eliminazione di un insieme di tariffe doganali, alcune con effetto immediato; altre nell’arco del prossimo decennio. Esso comprende venti capitoli di regole che includono un ampio spettro di pertinenza: commercio di beni, proprietà intellettuale, investimenti e appalti pubblici. Per la Cina è un grande risultato che ne consolida il ruolo di leadership, oscurato solo in parte dall’assenza del gigante del sub-continente asiatico. Nuova Delhi si è infatti sfilata, proprio a causa dell’ingombrante ruolo di Pechino, con cui i rapporti – non solo economici – sono da tempo ai ferri corti. La RCEP è la prova che il commercio globale, post Covid-19, tornerà esattamente come prima della pandemia? Avevano quindi torto coloro che troppo frettolosamente avevano già messo in archivio decenni di globalizzazione; di accordi commerciali nelle sedi istituzionali della World Trade Organization (WTO)? Probabilmente, nessuna delle due. Si tratta, invece del “ritorno al futuro” della dottrina Monroe. Elaborata da John Quincy Adams e presentata da James Monroe al messaggio annuale al Congresso americano il 2 dicembre 1823, essa esprimeva l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano, rigettando ogni interferenza europea negli affari del Nuovo Mondo. Se ci si limita ad associare la dottrina Monroe all’affermazione dell’imperialismo americano messo in atto da Theodore Roosevelt all’inizio del ventesimo secolo, si pecca di ingenuità. La dottrina Monroe è invece la base teorica per la suddivisione del mondo in aree di influenza strategica, quindi anche nell’interscambio commerciale. Ed è proprio questo l’elemento che ritorna nel post Covid-19: non più un mondo iper-globalizzato, senza limiti e logica. Bensì un sistema diviso in sfere d’influenza, spesso coincidenti con le aree continentali guidate da una leadership dominante. Il risultato della RCEP sarà quindi il rafforzamento delle supply chains regionali, sotto l’egida cinese. Se spostiamo lo sguardo, l’United States, Mexico, Canada Trade Agreement (USMCA) stipulato nel dicembre 2019 definisce un’area commerciale nel Nord America sotto la regia statunitense. E cosa dire della volontà francese, apertamente dichiarata dal Presidente Macron, di ridefinire le catene di fornitura strategica su base continentale? Forse non serviva la pandemia per comprendere che l’iper-globalizzazione selvaggia era da tempo andata in fuorigiri, ma il ritorno alla dottrina Monroe può contribuire ad una maggiore stabilità regionale all’interno di un sistema che non può permettersi l’anacronismo autarchico. Ciò rappresenta un’opportunità anche per il sistema manifatturiero italiano. Nella rivisitazione delle supply chains continentali sotto l’egida teutonica, le PMI che sapranno convertirsi ad un sistema industriale votato alla digitalizzazione e alla mobilità sostenibile, avranno uno spazio di manovra superiore rispetto a prima in campi quali fuel cells, motore elettrico, guida autonoma. Anche per Covid-19, vale pertanto il monito realista di Churchill: “Never let a good crisis go to waste”.