In piena emergenza Covid-19, in uno stato di prostrazione globale, in cui tutti i Paesi del mondo si sono trovati a fronteggiare un nemico sconosciuto, capace di mettere in ginocchio la vita delle persone che hanno avuto la fortuna di sopravvivere al virus, le Nazioni Unite, fondate con lo scopo di mantenere la pace e la sicurezza internazionali, di promuovere ed incoraggiare il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, riunite in Assemblea Generale il 4 novembre scorso, si sono concentrate su una attività in particolare: condannare lo Stato d’Israele per ben 7 volte.

Le tematiche oggetto delle risoluzioni di condanna vanno dall’assistenza ai rifugiati palestinesi (per i quali vengono chieste maggiori donazioni, nonostante sia la popolazione più finanziata al mondo), alle presunte violazioni dei diritti umani nei cosiddetti “territori occupati”, fino alla restituzione delle alture del Golan alla Siria (senza considerare in quale stato versi la Siria in questo momento storico).

Ma la più grave delle risoluzioni, pur senza privare di gravità tutte le altre, è rappresentata dalla risoluzione  “Work of the Special Committee to Investigate Israeli Practices Affecting the Human Rights of the Palestinian People and Other Arabs of the Occupied Territories”, in cui si chiede che venga istituita una Commissione (l’ennesima) per investigare su ipotetiche violazioni dei diritti umani di Israele nei confronti dei palestinesi e delle popolazioni arabe, risoluzione nella quale il Monte del Tempio (il luogo più sacro per l’ebraismo) viene indicato con il solo nome arabo “Al-Haram al-Sharif” e nella quale lo Stato ebraico viene accusato di violare le quattro Convenzioni di Ginevra (che pur si applicano alle persone fisiche e non agli Stati).

Lo Stato d’Israele non viene nemmeno nominato, ma indicato con l’epiteto dispregiativo di “potenza occupante, occupying power”.

Se non fosse tragico sarebbe comico.

Sarebbe comico che un Paese come l’Italia non si unisca al no di Stati Uniti e Israele, in nome dell’alleanza atlantica che li lega, ma si sottometta alle richieste di Stati promotori, quelli sì sistematici violatori dei diritti umani.

In realtà l’Italia l’ha sempre fatto, quando si è trattato di Israele.

Ha sempre votato in favore delle 96 condanne da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal 2015 ad oggi (negli stessi anni la Siria ne ha ricevute 7, la Corea del Nord 5 e l’Iran 4).

Ha poi votato si alle 90 condanne da parte del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite dal 2006 ad oggi (negli stessi anni la Siria ne riceveva 25, la Corea del Nord 13 e l’Iran appena 10).

Ha, infine votato in favore delle 4 condanne allo Stato d’Israele per la violazione della condizione femminile, senza che nessun altro stato al mondo abbia mai ricevuto una simile condanna.

Eppure, molti di noi hanno visitato Israele e ne hanno potuto apprezzare la libertà, la democrazia il rispetto delle minoranze, la capacità di crescere ed innovare, la cultura.

Lo Stato d’Israele è una democrazia compiuta, ove la condizione femminile è compiutamente realizzata, anche in termini di occupazione.

Questo stato della realtà non viene mai riflesso nella condotta delle Nazioni Unite e degli Stati (tra cui l’Italia) che ne fanno parte.

E allora sarebbe necessario capire le ragioni di questo cortocircuito e provare a dargli un nome.

Un nome che sia diverso da pregiudizio anti-Sionista.