A seguito della recente guerra lampo tra armeni ed azeri, che ha visto come campo di battaglia il Nagorno-Karabakh, nella Transcaucasia post-sovietica si va delineando un nuovo scenario geopolitico. Sono infatti mutati i rapporti di forza tra gli attori di un quadrante che è sempre stato strategico per una potenza globale, sia pure ridimensionata, quale è la Russia, ed oggi anche per tre importanti potenze regionali, quali Israele, Turchia ed Iran.

In seguito ad un accordo di pace firmato dai rispettivi presidenti lo scorso 9 novembre, gli azeri sono tornati in possesso dei sette distretti occupati dalle truppe armene agli inizi degli anni Novanta. Hanno inoltre ristabilito il loro controllo su una parte della ex regione autonoma del Nagorno Karabakh, dove è situata la città di Shusha, considerata la culla della civiltà azera.

Ma vediamo cosa c’è dietro questi armistizi, firmati all’ombra della mediazione russa.

Anzitutto va osservato che il “fall-out” geopolitico generato da questi accordi andrà a toccare, dapprima gli interessi delle potenze regionali e poi, allargandosi in cerchi concentrici, quelli europei, cinesi ed infine quelli degli Stati Uniti e di tutta l’anglo-sfera.

Il Caucaso è sempre stato un turbolento crocevia di relazioni e scambi, tra oriente ed occidente, ma oggi è un fondamentale nodo strategico per i nuovi flussi energetici, diretti sia in Europa che in Cina.

I vecchi assetti nati dalla disgregazione dell’Unione sovietica vedevano l’Armenia sotto il protettorato della Russia, alla quale la legano, almeno sulla carta, diversi fattori: l’essere entrambi membri del CSTO, il Trattato di Sicurezza Collettiva che ha rimpiazzato in versione ridotta il defunto Patto di Varsavia; l’essere nazioni cristiane; fare ambedue parte dell’Unione Economica Eurasiatica, una free-trade zone, che comprende cinque paesi dello spazio post-sovietico.

La Repubblica dell’Azerbaigian, altro contendente del conflitto, presenta invece, al suo interno, una situazione più sfaccettata: per lingua e cultura è affine alla Turchia, ma per confessione religiosa è più vicina al confinante Iran sciita, del cui antico regno di Persia faceva parte.

Questi paradigmi sono in gran parte saltati per diverse ragioni: il nuovo protagonismo della Turchia, anzitutto, che ha imparato a maneggiare un sofisticato panel di narrazioni geopolitiche, allo scopo di proiettare potenza ben oltre i suoi confini, e la pragmatica difesa degli interessi nazionali da parte di due consumati attori geopolitici quali Israele e Russia.

Ma andiamo con ordine.

Il presidente Erdogan ormai da tempo agisce lungo tre vettori primari: il pan-turchismo (la cui narrazione prevede un unico spazio di civiltà che va da Tirana ad Urumchi); il neo-ottomanismo (che ripropone come elemento di stabilità e prosperità l’antico dominio politico della “Sublime Porta”); da ultimo, ma non meno importante, il ruolo di difensore dei popoli islamici “oppressi” che si è auto attribuito, come si è  chiaramente visto nel recente scontro diplomatico con la Francia. In tale prospettiva il supporto al fratello minore azero è stato totale ed immediato sia dal punto di vista militare che politico, all’insegna del motto “due popoli, una nazione”.

Per ciò che concerne invece l’azione di Israele questa, in coerenza con la sua linea di politica estera, si è tradotta in un’efficace strategia di contenimento nei confronti della teocrazia iraniana, che mal digerisce la cooperazione israeliana con Baku, resa più intensa dalla presenza, in quel paese, di una storica ed importante comunità ebraica. Inoltre Israele è ben consapevole che l’Iran sta tentando di creare un corridoio di comunicazione sud-nord che passerebbe attraverso Armenia e Georgia, fino ad arrivare al Caucaso russo. A tale direttrice di penetrazione, Israele ha finora risposto con un’incisiva cooperazione ad ampio spettro con la Georgia ma soprattutto con l’Azerbaigian, volta a creare un’area di contenimento che vada dal Mar Nero al Mar Caspio, per tutelare i suoi interessi nella “terra tra i due mari” e sopire le ambizioni iraniane.

Dal canto suo infine, la Russia, incurante del fattore religioso, come pure del  multilateralismo di facciata (vedasi CSTO ed Unione Eurasiatica) ha lasciato che le forze di occupazione armene fossero sopraffatte, intervenendo con calcolato pragmatismo, solo quando le truppe azere erano alle porte di Stepanakert, la fantomatica capitale armena del Karabakh.

In tutto ciò, Putin non ha fatto altro che perseguire il suo obiettivo primario: ampliare il più possibile la sua sfera di influenza nell’area un tempo sovietica. E lo ha attuato attraverso una delle tecniche di manipolazione territoriale che da decenni utilizza con successo (in Georgia e Moldavia e più di recente in Ucraina): la creazione di enclave etniche cui far  immediatamente seguire il dispiegamento di forze militari, a scopo di peacekeeping; ovviamente in regime di monopolio.

E’ ancora presto per capire se la situazione sul campo condurrà ad un nuova “destabilizzazione stabile”, secondo i desiderata moscoviti, oppure se siamo davanti ad una fase transitoria che sta incubando successivi scenari. Sta di fatto che sul podio dei vincitori possiamo scorgere un terzetto composto da Russia, in primo luogo, e poi da Israele e Turchia.

E l’Europa vi chiederete? Macron a parte, non pervenuta.