Nel prendere forma, la squadra del Presidente-eletto Joe Biden, mostra un vincolo di parentela e affinità evidente con l’Amministrazione Obama. Tony Blinken, Segretario di Stato-designato; Janet Yellen, Segretario al Tesoro-designato; e Avril Haines, futuro Director of National Intelligence, sono tre personaggi molto noti del mainstream Democratico, già valorizzati con ruoli importanti da Barack Obama. I tre ministri chiave del prossimo quadriennio democratico sono centristi con un’inclinazione chiara verso il recupero del dialogo multilaterale in politica estera; e keynesiani realistici, nel senso che non hanno particolari fobie verso il debito ma neanche predicano il welfare socialista, in economia. Tuttavia, questa è solo metà della storia.

Secondo l’Ambasciatore Sergio Vento, Responsabile nazionale esteri del Pri, “ciò potrebbe far pensare che l’Amministrazione Biden I nasce con l’intento di andare in continuità con le Amministrazioni Obama I e II. Ma questa considerazione non mi convince del tutto: sarebbe troppo ideologica e non terrebbe conto dei cambiamenti occorsi all’interno e all’esterno durante i 4 anni di Amministrazione Trump”.

Il primo fattore di novità è lo scivolamento a sinistra della coalizione democratica. Bisognerà mettere in conto le spinte che verranno dal movimento progressista consolidatosi attorno a Bernie Sanders e capire in che misura la Vice Presidente Kamala Harris se ne farà interprete. Qualche segnale a sinistra sulla sanità e sulle università pubbliche andrà dato, ma non a costo di alienarsi l’industria high-tech di Silicon Valley con inasprimenti fiscali, cosa al momento esclusa dai report degli analisti di Wall Street.

Peraltro, le nomine del presidente-eletto devono passare all’approvazione del Senato, l’advice and consent. Tradizionalmente, a meno che non ci fossero motivi ostativi da parte della maggioranza senatoriale (quando questa non corrisponde a quella presidenziale, come sarà in questo caso se David Perdue dovesse prevalere nel ballottaggio in Georgia), tra il Senato e la Casa Bianca è prevalso il fair play e al Presidente entrante non sono state negate le scelte fiduciarie. Ma date le circostanze ben note attorno alla successione presidenziale, molto si baserà sull’accordo che Biden ha trovato, o dovrà trovare, con il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell. Mitch the knife potrebbe imporre qualche nomina bipartisan per rassicurare l’elettorato repubblicano sulle intenzioni pacificatorie del Presidente-eletto o tracciare una linea rossa sull’aumento delle tasse: niente incrementi sugli utili societari o sulle rendite finanziarie per non disincentivare l’afflusso di capitali esteri nel mercato Usa – necessario per finanziare il largo deficit nel bilancio federale.

L’altra nomina di rilievo è John Kerry, Ambasciatore-designato per il cambiamento climatico. E sul climate change le cose potrebbero non essere così lineari. La lotta al cambiamento climatico va in conflitto con i miliardi investiti dagli Usa per sviluppare l’industria interna di shale oil e shale gas. E’ proprio grazie agli idrocarburi di scisto che Washington DC ha potuto raggiungere l’indipendenza energetica, cambiando le regole del gioco nel confronto strategico con gli stati arabi, la Russia e il Venezuela. Non è chiaro in che misura Biden possa voler cancellare un tale vantaggio strategico per abbracciare incondizionatamente la lotta alle emissioni. Il rientro americano nel Protocollo di Kyoto potrebbe essere poco più di una forma di green washing rafforzato, per ricucire le relazioni con una certa Europa a trazione francese. Vento medesimo non prevede un abbandono della carbonizzazione imminente e forse neanche a medio termine. “Con maggiore probabilità – ragiona l’Ambasciatore – gli Usa lavoreranno ad aggiustamenti del carbon footprint americano attraverso investimenti in tecnologie che riducono le emissioni, ma certamente non si vedranno spettacolari politiche di abbandono dei combustili fossili”.

Emmanuel Macron rimane solo sull’autonomia strategica europea. Con l’elezione di Biden, la Germania perde la copertura fornita dallo sharp power di Donald Trump. Di conseguenza, la Cancelleria ha già fatto marcia indietro sulla difesa europea. Per non essere fraintesa, il Ministro della Difesa di Berlino Annegret Kramp-Karrenbauer ha dichiarato che i pilastri della difesa europea rimangono gli Usa e la Nato, mentre illustrava i progetti industriali congiunti: il carro armato franco-tedesco e il caccia multiruolo di 6^ generazione Dassault/Airbus. Ma queste collaborazioni industriali sono, e tali devono rimanere. Sul punto AKK non ha lasciato spazio a equivoci o dubbi.

Il secondo fattore di novità è il Medio Oriente. Se Biden volesse rientrare nel Jcpoa con l’Iran, si troverebbe di fronte un nuovo assetto geopolitico in Medio Oriente, cristallizzato negli Accordi di Abramo, il lascito più significativo della Presidenza Trump. Gli alleati regionali degli Usa, Israele e Arabia Saudita, hanno trovato un nuovo equilibrio strategico regionale unendosi nella lotta al nemico comune sciita di Teheran. E solo l’uscita di Trump dal Jcpoa ha reso possibile la convergenza tra Riyadh e Tel Aviv. La linea sul Medio Oriente è il più grande interrogativo a cui dare risposta. Il vertice tra Benjamin Netanyahu, Mike Pompeo e Mohammed bin Salman tenutosi ieri l’altro a Neom, la new city nel deserto saudita, ma ufficialmente mai accaduto, sembra essere stato un messaggio neanche troppo criptato per il nuovo inquilino della Casa Bianca da chi una risposta alla questione l’ha già data.

 

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Avvocato, manager e giornalista. Allievo del 198° corso alla Scuola Militare Nunziatella, ha conseguito la laurea all'Università di Roma Luiss, il Master of Laws alla New York University e il Juris Doctor alla Columbia University di New York. E’ Avvocato; Solicitor (England & Wales); Attorney at Law (New York); e appartiene all’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Ha esercitato la libera professione in USA (Sullivan & Cromwell) e assunto ruoli manageriali in UK (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo; BlackRock). Ha pubblicato "L’altra Brexit" (Milano Finanza, 2018); è editorialista Brexit per il quotidiano finanziario Milano Finanza; opinionista geopolitico per il canale televisivo finanziario Cnbc. Direttore responsabile della Voce Repubblicana.