Il valore di Bitcoin negli ultimi giorni è giunto ad un passo dal massimo storico, di circa 20.000$, fatto segnare nel dicembre 2017. Le differenze tra oggi e allora sono però rimarchevoli: tre anni fa il clamore mediatico aveva attirato su Bitcoin una vasta platea di piccoli investitori, alla ricerca del nuovo eldorado. Ciò aveva causato la classica bolla iper-valutativa, il cui scoppio aveva comportato perdite significative per i classici gonzi del rialzo senza fine. La situazione odierna è agli antipodi: il significativo apprezzamento da inizio dell’anno (oltre il 150%) è stato accompagnato da un pressoché generalizzato silenzio dei media, oltre che da un cambiamento radicale nella valutazione delle più grandi case di investimento. Un team di analisti di J.P. Morgan nel mese di ottobre ha promosso l’affermazione di Bitcoin come alternativa all’oro, prevedendo un raddoppio del prezzo della criptovaluta qualora tale tendenza dovesse proseguire. La previsione è degna di nota, anche a causa dello scetticismo in precedenza dimostrato dall’istituzione americana verso Bitcoin, che aveva raggiunto l’apice nel 2017, quando il suo CEO Jamie Dimon l’aveva definito una frode, precisando che avrebbe licenziato chiunque l’avesse negoziato, con la motivazione di “comprovata stupidità”. Anche un altro storico detrattore della criptovaluta come il fondatore di Bridgewater, Ray Dalio, si è ultimamente lasciato andare a un’apertura di credito affermando: “Potrebbe esserci qualcosa in Bitcoin che ancora non ho colto. In quel caso, sarei felice di correggere il mio giudizio”. E non basta: Ricardo Salinas Pliego, il terzo uomo più ricco del Messico e detentore di una fortuna stimata in 11.8 miliardi di dollari, ha appena comunicato via Twitter di aver allocato qualcosa come il 10% del suo portfolio liquido in Bitcoin. In effetti dal 2017 molte cose sono cambiate per Bitcoin; due su tutte: le Banche Centrali hanno incrementato gli interventi di stimolo monetario di natura straordinaria (i cosiddetti QE) e la finanza tradizionale si è aperta all’utilizzo della moneta digitale. Per il primo aspetto, basti pensare che dall’inizio della pandemia (da febbraio a settembre) la FED ha fatto crescere lo stock di dollari in circolazione di oltre il 40% e che la BCE a novembre deteneva asset per oltre il 55% del PIL dell’Eurozona. Qual è il tema? Che una creazione illimitata di moneta dal nulla (fiat moneta) slegata dai sottostanti economici possa produrre una perdita di fiducia nella moneta stessa. Di fronte a tale rischio sulle monete fiat, Bitcoin viene apprezzato perché è per sua stessa natura una moneta deflazionaria, in quanto la quantità massima emettibile è di 21 milioni di unità (di cui oltre 18.5 milioni già emesse). Nel frattempo, le Banche Centrali hanno studiato la situazione alla ricerca di soluzioni innovative per salvaguardare la fiducia sistemica nel loro operato e, con essa, il potere di signoraggio. Giungendo tutte alla stessa conclusione: la possibilità di emettere una Central Bank Digital Currency (CBDC), cioè una valuta che presenti l’agilità dell’interscambio digitale, mantenendo la solidità dell’Istituto Centrale come sottostante. Le nuove CBDC dovrebbero essere lanciate nei prossimi anni, prima tra tutti lo yuan digitale. Un uovo di Colombo realmente efficace? Sì, e per almeno due motivi. Primo: si tratterebbe di uno strumento in grado di disintermediare i classici sistemi di pagamento, di custodia e di trasferimento del denaro (e.g. helicopter money dalla Banca Centrale ai soggetti privati, senza passare attraverso il sistema bancario). Secondo: perché in grado di depotenziare il rischio di Bitcoin di affermarsi come una vera moneta. La sua caratteristica deflazionaria è infatti in grado di riportare le lancette dell’orologio della Storia al Gold Exchange standard, essendo la criptovaluta “l’oro digitale dell’era moderna” (Krugman 2011). Ma è necessario tenere presente che fu proprio la limitatezza del metallo giallo a decretare il fallimento del modello aureo, per un sistema che necessitava di regole di emissione più flessibili. Allo stesso modo, la finitezza di Bitcoin lo rende inadatto a svolgere una funzione monetaria, in un sistema finanziario globale che necessita di ancora maggiore flessibilità rispetto al secolo scorso. L’apprezzamento di Bitcoin potrà pertanto proseguire, determinando l’affermazione come asset rifugio, ma decretando nel contempo il fallimento della sua funzione monetaria. Perché, come diceva Ricardo: “auspicabilissima è la stabilità della moneta”. Con buona pace di Satoshi Nakamoto.