Chi si diletta nel gioco degli scacchi sa quanto le aperture siano importanti e possano condizionare l’andamento della partita.

Nello scenario bielorusso il copione delle elezioni presidenziali, ormai da decenni, vede la puntuale riconferma del presidente Aleksandr Lukashenko, senza reali leader di opposizione a contendergli la guida del paese.

Ma a seguito delle ultime elezioni, svoltesi lo scorso agosto, ecco profilarsi una variante: i cittadini, dopo venticinque anni di passiva accettazione dello status quo, sono scesi finalmente in strada per contestare l’ennesima ri-elezione dell’autocrate, accusandolo di brogli elettorali ai danni della sua quotata avversaria, Svetlana Tikhanovskaya.

Però, soltanto quando quest’ultima, divenuta la principale leader dell’opposizione, ha deciso di condurre la sua battaglia oltre-confine, rifugiandosi nella vicina capitale lituana Vilnius, è iniziato veramente il gioco.

Proseguendo nella metafora scacchistica, potremmo dire che l’inizio della partita ha visto un’apertura baltica, con “gambetto di donna”.

Dopo la caduta dell’Urss e l’accesso delle tre repubbliche baltiche alla Nato, la Bielorussia è rimasto il solo cuneo a frapporsi tra le storiche terre antirusse del Granducato polacco-lituano e quella parte di Ucraina, da Kiev a L’viv, desiderosa di emanciparsi dalla Grande Madre Russia.

Il progetto è centenario ed ha assunto nel tempo diverse denominazioni: “Intermarium”, Trimarium” o “Iniziativa dei tre mari” ma il sottostante  geopolitico è sempre il medesimo: creare un’area di interposizione tra Russia ed Europa occidentale, Germania in primis, rendendo, per di più, assai problematico, per la flotta russa, l’accesso alle rotte marittime.

Inoltre l’amputazione del cuneo bielorusso consentirebbe due risultati strategici: primo, depotenziare in via definitiva l’enclave di Kaliningrad, avamposto bellico proiettato verso l’Europa di mezzo, allontanandola ancora di più dal retroterra della Federazione russa; secondo, rendere irrilevante il tallone d’Achille della Nato nel quadrante baltico: il corridoio di Suwalky. Questa striscia di terra, tra Polonia e Lituania, lunga meno di cento chilometri, che separa Kaliningrad dal settore nord-occidentale della Bielorussia, per caratteristiche e posizione geografica, è difficilmente difendibile da parte della Nato ed estremamente vulnerabile in caso di massiccia mobilitazione di truppe russe e bielorusse in formazione coordinata.

Mentre Eltsin l’aveva incautamente abbandonata, nutrito da visioni geo-etiliche più che geopolitiche, Vladimir Putin ne ha, ovviamente, colto il ruolo strategico, implementando il dispiegamento di forze militari ai suoi confini, con la collaborazione di Lukashenko.

Ma dopo l’annessione della Crimea da parte russa, quest’ultimo ha iniziato a temerne una replica in salsa bielorussa ed ha tentato di allentare la presa di Putin attraverso tre leve: l’adesione alla  “B. R. I.”[1] cinese, l’esaltazione dei caratteri nazionali bielorussi ed il temporeggiamento nel processo di integrazione avviato, fin dal 1996, con il progetto di “Unione statale Russia – Bielorussia”, avvicinandosi nel contempo all’Occidente.

La crisi in cui si sta ora dibattendo il neoeletto Lukashenko, lo ha però compromesso agli occhi dell’Occidente, costringendolo a tornare a capo chino alla “Casa Russia”.

Posto che egli, nonostante la sua volontà di non abdicare al ruolo presidenziale, sia ormai, politicamente parlando, un “dead man walking”,  la strada per Putin, in questo frangente è piuttosto stretta; vediamo perché.

L’optimum per gli interessi russi sarebbe una transizione morbida da attuarsi nel breve-medio periodo, che preveda un maquillage costituzionale, nuove elezioni ed un presidente non ostile ai suoi interessi.

Ma Mosca non può né abbandonare brutalmente Lukashenko né schierarsi decisamente con l’opposizione nelle piazze: nel primo caso comprometterebbe il prosieguo della cooperazione militare sul fianco occidentale, nonché la permanenza della Bielorussia nella CSTO[2] e nell’Unione economica eurasiatica[3]; nel secondo caso rischierebbe la diffusione del “virus democratico” oltre le piazze di Minsk, per andare ad “infettare” anche la società civile russa.

Tertium datur? Dipenderà dal fattore tempo, e da quanto ne avrà a disposizione Putin per costruire un candidato spendibile (forse il dissidente Viktor Barbaryko ora detenuto in carcere) ed approntare un’accettabile scenario post- Lukashenko.

Ma dipenderà anche dall’opposizione, più o meno spalleggiata dall’Occidente, che di recente ha fallito la grande scommessa: il tentativo di coinvolgere l’intera società civile in un gigantesco sciopero generale che avrebbe dovuto dare la spallata finale al regime.

Tutti ora sembrano attendere, immobili, in un grande stallo gravido di tensioni e rischi.

Nel breve periodo potrebbe vincere quel giocatore che saprà spiazzare tutti con un’inattesa “mossa del cavallo”; nel medio- lungo è invece probabile che le piazze si raffreddino e si arrivi ad un “regime change” mediato; quanto duraturo, lo si vedrà dalle forze che i diversi attori metteranno in campo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] B. R. I., acronimo di “Belt & Road Initiative”, vale a dire il progetto cinese della c.d. “nuova via della seta” consistente nella realizzazione di due corridoi infrastrutturali, terrestre e marittimo, fra Estremo Oriente ed Europa, sulle orme dell’ antica Via della Seta

[2] C.S.T.O. è l’acronimo di “Collective Security Treaty Organization”, il Trattato cui aderiscono al momento: Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirgizstan e Tagikistan.

[3] L’Unione Economica Eurasiatica è un mercato ed uno spazio doganale unico di cui fanno parte al momento Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirgizstan, mentre Uzbekistan e Tajikistan hanno lo status di paesi osservatori