Quando si parla di disordine e di problemi che affliggono l’Amministrazione della Giustizia nella Repubblica, occorre applicare metodo ed in tal senso il primo passo va mosso nella visione di insieme e nella ricerca, se esiste, di un peccato originale, giacché ogni grande disordine, così come ogni grande romanzo, deve avere un incipit all’altezza della sua grandezza.  Ebbene, sono passati vent’anni ormai, ma ricordo molto bene il mio incontro al Tribunale di Milano con l’avvocato Bergmann, oggi scomparso ed allora decano del foro Milanese. Di origini ebree, mi raccontò della fuga della famiglia in Svizzera durante le persecuzioni e di come il padre, il senatore Giulio Bergmann, segretario del Partito repubblicano negli anni tra il 1948 ed il 1954, già membro della Consulta, trasmise a tutti i figli l’emozione della passione laica dell’impegno politico all’epoca della Costituente. L’equilibrio dei poteri e di questi con l’Ordine della magistratura, l’autonomia come garanzia assoluta dei pesi e contrappesi, nell’obiettivo, unico e primario, di garantire il corretto svolgimento delle regole democratiche. Si parlava poco di “populismo” negli anni novanta, ma fu proprio l’onda populista prodotta dall’inchiesta di mani pulite a travolgere non solo la prima repubblica ma quell’argine di pesi e contrappesi così faticosamente trovato dai lavori della Costituente. L’Immunità parlamentare, certo spesso abusata ma non per questo da demonizzare, finì per diventare l’obiettivo di una battaglia populista, cavalcata da allora ad oggi con sempre nuovi obiettivi, che in modo miope perse ed ha perso di vista l’importanza della conservazione di quei pesi e contrappesi, tanto cari ai padri costituenti, a maggior ragione tra un Ordine Costituzionale, quale è la magistratura composta da vincitori di concorso pubblico, ed i poteri legislativo ed esecutivo che sono il motore essenziale della marcia di una Repubblica fondata sulla rappresentatività del voto popolare e democratico. Questo squilibrio è e resta il peccato originale del disordine che oggi ci troviamo ad affrontare e che mina, alla base, la stessa credibilità delle istituzioni repubblicane nonché della effettiva funzionalità del principio della rappresentanza politica e dell’efficacia del voto popolare. La magistratura oggi è ebbra del suo potere, spinto nei tempi più vicini a noi dal populismo giornalistico e politico dei tribuni alla Padellaro a Travaglio come alla Di Pietro a Grillo, questi ultimi entrambi e guarda caso organizzati a suo tempo dalla stessa società di software, Casaleggio ed associati. Un’ebbrezza di potere amplificata ed agevolata da un sistema normativo la cui complessità non ha pari in nessun paese occidentale che ha cominciato a legiferare con la discrezionalità dell’interpretazione della legge, a porre veti al potere legislativo con una vera e propria interdizione preventiva ed infine a scendere essa stessa in politica con correnti ed associazioni per le quali mi basta citare il caso Palamara per evitare un commento definitivo ed impietoso. Quando l’ex PM Gherardo Colombo scriveva in chiusura del suo libro di memorie “ Tutto dipende da quali fini si pone un magistrato nell’esercizio della sua attività” la misura era chiara oltre che colma, e sono passati anni da allora. Ecco cari lettori della Voce….questo il peccato originale assai grande e con cui tutti dobbiamo oggi fare i conti, un peccato che ne ha originati mille altri ancora…materia a non finire per questa rubrica.