Il nostro Paese è immerso in una crisi economica, sociale, sanitaria e politica che arriva a minacciare le istituzioni democratiche nate dalla lotta di liberazione e culminata nella conquista della Repubblica. Siamo arrivati a questo progressivo degrado perché i valori e soprattutto lo spirito costitutivo della Repubblica non è più stato il tratto significativo del governo del Paese. Quella educazione alla virtù civile, al senso del dovere, la cultura del governo dell’interesse generale che sono le caratteristiche di una Repubblica, cioè di un patto sociale con regole condivise, è svanito, da subito, dal momento che le grandi corporazioni e i ceti assistiti, oltre ai burocrati dello Stato, che avevano sostenuto il fascismo si strinsero attorno alla DC.

La sinistra marxista e socialista non le contrappose l’esempio di una società democratica, un modello in cui tutti i ceti sociali contribuiscono alla crescita di un modello di sviluppo programmato che da un lato orienta le risorse verso gli investimenti e dall’altro distribuisce risorse verso territori e ceti più deboli. Al contrario, la sinistra oppose il modello rivendicativo massimalista che si contrapponeva allo Stato per ottenere risorse per la classe operaia, ritenuta l’unica classe possibile in una società socialista. Cioè, fin da allora, sinistra e destra erano incapaci di offrire un modello democratico di sviluppo del Paese: il risultato di assistenzialismo e di rivendicazionismo diventò il saccheggio dello Stato da un lato, e dall’altro l’incapacità di cogliere la trasformazione sociale che lo sviluppo industriale del paese determinava pur nel suo spontaneismo.

Ugo La Malfa, con la nota aggiuntiva e la politica dei redditi, cercò di dare quella politica di programmazione, che non era la pianificazione di tipo sovietico cui si ispirava la sinistra e nemmeno la concertazione corporativa ed assistita della DC, ma il tentativo di coinvolgere in un modello di sviluppo del Paese tutte le forze sociali e l’insieme delle autonomie locali, in una politica che attraverso la condivisione di un modello infrastrutturale e produttivo comprendesse tutte le espressioni  attive e presenti nella società. Il patto sociale democratico, che è la Repubblica, nella mente di un grande democratico che si ispirava a Giovanni Amendola, Mazzini e Benedetto Croce già nel 1946 nell’ultimo discorso che tenne al congresso del Partito di Azione avvertiva che lo sviluppo democratico avrebbe portato una miriade di interessi, di ceti che non si riconoscevano nella polarizzazione di classe operaia e padroni e che avrebbero costituito l’ossatura di una moderna democrazia. Egli dice ”chiamatele posizioni di operai e lavoratori che non siano dell’industria, chiamatele posizioni di contadini che non siano braccianti, chiamatele posizioni di piccola borghesia e di media borghesia, chiamatele intellettuali, chiamatele come volete, ma voi avete un enorme estensione di interessi italiani che penetrano l’un l’altro e che dal punto di vista classista non sono definiti, ma che nel loro complesso rappresentano e possono rappresentare l’orientamento politico fondamentale della società italiana”.

Eravamo nel 1946 e l’intuizione del nostro grande maestro fu talmente vera che nel giro di mezzo secolo si sono formati gruppi sociali, di piccoli e medi imprenditori, di operai specializzati, di quadri intermedi, di liberi professionisti, di cooperatori elevati dal ruolo di lavoratori al ruolo di lavoratori imprenditori, di tecnici dell’informatica, di operatori culturali e sociali che hanno definitivamente affossato lo schema populista corporativo moderato della DC e lo schema populista massimalista di lotta di classe del PCI.

E’ la trasformazione sociale del Paese che rende determinanti i ceti medi emergenti nella definizione delle politiche di sviluppo ed è la contrapposizione destra-sinistra o lo schema bipolare, che invece li comprimono in uno spazio limitato opprimendoli con politiche fiscali insopportabili e con spesa assistenziale che mette piombo nelle ali del sistema-paese. La risposta che occorreva dare a questi ceti attivi  della società doveva essere quello di uno sviluppo della programmazione espressione di una cultura di governo dell’interesse generale, una risposta pluralista, democratica in cui ogni ceto sociale, ogni aspirazione individuale deve trovare soddisfazione negli obiettivi prioritari del Paese e in una equa distribuzione dei redditi. Cioè l’idea, una visione di Paese che consentisse attraverso la politica di efficienza infrastrutturale del sistema-paese e del potenziamento dei consumi orizzontali, scuola, ricerca e sanità  di dare impulso alla grande impresa, come al medio imprenditore, al merito del professionista o alla creatività dell’artista, opportunità di crescita e di benessere individuale e collettivo. Questa è l’essenza della società democratica e della Repubblica, che è stata minata, prima dallo scontro ideologico e poi dalla trasformazione della  politica da repubblica parlamentare pluralistica e che faceva la sintesi in Parlamento chiamando le forze politiche ad un ruolo di dialettico e di confronto a scontro, odio, spaccatura del paese.

La sovranità popolare delegata al Parlamento, e poi di sintesi e di aiuto al governo del paese come prevede la Costituzione italiana. Con la distruzione dei partiti dovuta a “mani pulite” e all’introduzione del sistema maggioritario, si è passati  a una disputa per la conquista del potere, che spaccava a metà il Paese, ma che tagliava fuori la ricchezza democratica complessivamente più numerosa dal punto di vista sociale, ma senza rappresentanza politica. In definitiva, il sistema bipolare destra-sinistra nella sua logica di lotta per la conquista del potere diventava strutturalmente funzionale al sistema corporativo e populista di destra e di sinistra. Con un piccolo particolare, che la destra in questo sistema si limita a rappresentare l’esistente, mentre la sinistra, che dovrebbe legittimarsi riformando gradualmente, è costretta a competere sul terreno corporativo. Invece, nel sistema maggioritario all’italiana, che governi la destra o che governi la sinistra non c’è differenza. In definitiva ad essere sempre rappresentati sono le grandi corporazioni e gli interessi clientelari.

In una società democratica questo significa che lo sviluppo del Paese è ingessato dalla politica di potere che contraddistingue il sistema elettorale maggioritario. La politica di conservazione vince sempre, anche quando l’illusione che vincendo la sinistra ciò porti a politiche di riforma serie e necessarie. La concertazione è stato lo strumento di rappresentazione dell’immobilismo e della conservazione del potere ed è un bene che si capisca che senza il ritorno alla contrattazione e alla politica di programmazione il ruolo del sindacato dei lavoratori, degli imprenditori, ma soprattutto di quegli interessi del merito dell’imprenditorialità diffusa vengono appiattiti e compressi. La livellazione dei salari, l’introduzione di strumenti come il reddito di cittadinanza, trasformano la politica in sussidio anziché investimenti per la piena occupazione. La cassa integrazione da strumento di intervento per favorire le trasformazioni produttive e di riconversione industriale ed  aziendale, si è trasformati in strumento di resistenza e di difesa del reddito dei lavoratori, in aziende decotte senza prospettiva. La concertazione comunica ciò che si è già deciso, la politica di programmazione discute e persegue quel dialogo sociale, di obiettivi e poi la politica sceglie. Questa politica della contrapposizione, ha generato una protesta di quel mondo emergente e complesso che si esprime sostanzialmente nel rifiuto del voto, nella sfiducia verso la politica. Nella nascita di due moti di protesta ambedue estranei alla tradizione democratica del paese, il populismo del movimento 5S e il peronismo nazionalista di Lega e Fratelli d’Italia. La nascita di un partito-azienda come Forza Italia e del PD che ha fuso la tradizione corporativa assistenziale col massimalismo populista del PCI, ha dimostrato che non hanno la capacità di visione di uno Stato moderno inserito in un processo di globalizzazione che richiede regole e alleanze credibili per reggere la concorrenza. Questo schema polarizzato dalle estreme rende difficile se non impossibile l’uscita dalla crisi del paese.

Il voto sull’adeguamento della variazione di bilancio a debito che ha unito destra e sinistra è la rappresentazione lampante di questo declino democratico. Noi avevamo, a marzo, indicato una politica di solidarietà nazionale indispensabile per fronteggiare crisi economica e sanitaria, puntando su una politica di investimenti buoni, come indicava Draghi, e mettendo in guardia che la sospensione del patto di stabilità non diventasse un’occasione per aumentare il debito con spesa corrente e assistenziale. E’ successo purtroppo ciò che non doveva succedere, tre emendamenti della destra a favore di categorie e garanzie alle imprese del populista principe, Berlusconi per aver trasformato un’opportunità in un salto verso il baratro.

Ecco allora le ragioni per creare la terza forza liberaldemocratica che rompa lo schema del trasformismo populista destra-sinistra, privo di una riflessione sulla complessità della situazione e soprattutto estraneo alla storia della Repubblica. Chi pensa ad un modello di Paese? Chi pensa a difendere la Repubblica dall’attacco che populismi di destra e di sinistra in servizio permanente fanno ai valori di libertà, individuale e sociale, ai valori di civiltà democratica, all’indipendenza della politica e dall’ingerenza della magistratura? Come può essere recuperato quell’elettorato espulso dalla logica del merito con concorsi truccati, della concorrenza leale con norme permissive alla concorrenza sleale, dello Stato di diritto tradito, alla causa democratica se non offrendo loro un prodotto politico nuovo ma che ha profonde radici nella storia democratica del Paese? Hanno coscienza di ciò tutti coloro che inseguono prima  lo schieramento anziché le politiche del fare? Noi abbiamo lanciato assieme ad Azione di Calenda la proposta di un soggetto nuovo, federato, liberaldemocratico autonomo da  questa destra e dal governo di sinistra che si mettono d’accordo sulle mancette di Natale e non riescono a confrontarsi sulla possibilità di trasformazione moderna del paese col Recovery Fund.

Il Partito repubblicano, Azione e tutti quei partiti che si oppongono ad una deriva di povertà livellatrice, devono opporsi alla omologazione nella mediocrità della politica e devono perseguire ovunque, in ogni città, in ogni luogo di lavoro, l’idea che una svolta democratica è possibile solo rompendo lo schema bipolare. Lo schema bipolare è stato rotto premiando la protesta di 5S prima e di Lega poi, ma non avendo storia, legami europei ed internazionali non potevano che governare con le logiche assistenziali e corporative contro cui avevano protestato. C’è bisogno di una nuova politica, di una nuova forza che renda protagoniste le forze attive del lavoro, dell’imprenditoria, delle professioni perseguendo un modello di sviluppo programmato del Paese che investa nella ricerca, nella tecnologia, nella riforma moderna dello Stato e delle sue articolazioni.

Nella storia dei popoli quando tutto sembra crollare occorre ripensare alle proprie origini, noi dobbiamo ritornare ai valori della Repubblica non solo per esserne i custodi, ma per cogliere il senso dell’impegno politico che se non è la ricerca del bene comune, in Repubblica, non può interpretare né la democrazia né la complessità che il sistema democratico genera nel mondo moderno. Lo dobbiamo ai nostri padri, lo dobbiamo ai nostri figli a quali non possiamo non lasciare sogni e speranze, ma solo sacrifici e stenti causati dalle dissennate politiche di oggi.