Il programma nucleare iraniano iniziò nel 1957, per la gioia dello Scià e con il sorprendente aiuto di Stati Uniti, Francia e Germania. All’epoca, il nucleare era considerato una grande opportunità non solo per la capacità energetica del Paese, ma anche di valorizzazione della nazione persiana e del prestigio politico dei propri leader.

La centralità dello scienziato iraniano non inizia certo con la dimensione militare dell’atomica, né con l’islamizzazione del Paese, ma con il crollo della partecipazione irachena al Patto di Baghdad, quando il centro nevralgico dell’organizzazione filo-occidentale a cavallo fra Medio Oriente e Asia era stato costretto a spostarsi a Teheran.

Il programma nucleare iraniano, dunque, non è una realtà di breve periodo, che qualche sanzione ONU o il tanto decantato JCPOA possono interrompere: si tratta di un’ambizione storica e culturale che risale a ben prima della Rivoluzione islamica e che presenta un valore ed un prestigio difficilmente colmabili dall’intervento delle forze occidentali. In particolare, anche l’attenzione verso gli scienziati e la loro istruzione risale agli anni sessanta, anno in cui venne installato il primo reattore nucleare nell’Università di Teheran.

Akbar Etemad fu il primo ed il più importante scienziato iraniano ad occuparsi del programma nucleare, tanto che è stato soprannominato il “padre” dello stesso: Dottorato all’università di Losanna, nel 1965 ritornò in Iran dopo aver lavorato allo Swiss Federal Institute for Reactor Research, e dedicò tutto il resto della sua vita allo sviluppo del nucleare nel proprio Paese. Non solo istruì personalmente i tecnici nucleari che diedero vita al programma nucleare, ma creò un’organizzazione indipendente dalla burocrazia governativa che si sarebbe occupata esclusivamente della ricerca scientifica.

Con la firma del Trattato di non proliferazione nucleare, la strategia dell’Iran iniziò a mostrare i primi segnali di frizione tra scienziati e politici. L’obiettivo della politica era di ricavare la migliore tecnologia ed esperienza nucleare ottemperando alle regole create nel contesto di un consenso bipolare alla limitazione della diffusione dei deterrenti nucleari nazionali. Aderire a tale programma di cooperazione, nel lungo periodo, avrebbe permesso all’Iran di entrare a far parte della cerchia dei paesi in grado di acquisire lo status di “nazione affidabile”.

Gli scienziati come Akbar Etemad si opposero al TNP e alla cooperazione internazionale: secondo il padre del programma nucleare iraniano, vincolarsi al trattato avrebbe significato limitare la sovranità nazionale. Etemad si era reso conto della volontà delle potenze già nuclearizzate di monopolizzare alcuni tipi di conoscenze in campo nucleare, e non appoggiò mai l’idea di acconsentire a legare lo sviluppo scientifico del paese a una serie di condizionamenti imposti dall’esterno. Negli anni settanta, Etemad assunse la Presidenza dell’Organizzazione per l’Energia Atomica, poi divenne Viceministro, con pieni poteri sul programma nucleare.

Etemad quale esperto e scienziato nutriva tuttavia altre aspirazioni, che non erano unicamente di consolidare, attraverso il programma nucleare, l’Iran come potenza egemone del Medio Oriente, ma di istruire quanti più cittadini possibile perché il paese potesse in futuro disporre di capitale umano in qualsiasi campo di ricerca. La storia del programma nucleare iraniano è stata fatta da scienziati, come Etemad, e nonostante i decenni, le guerre, il cambiamento socio-culturale portato dalla rivoluzione islamica e l’evoluzione dei rapporti di potenza nella regione negli ultimi cinquant’anni, questo fattore è rimasto invariato.

Israele conosce bene le aspirazioni scientifiche iraniane, poiché Teheran come Gerusalemme soffre una condizione di “accerchiamento”, la quale forza tutto l’apparato civile e militare a preferire l’aspetto qualitativo piuttosto che il quantitativo. Gli scienziati iraniani coinvolti nel programma nucleare iraniano sotto la presidenza Ahmadinejad sono quelli che hanno attivamente partecipato alla militarizzazione del programma nonché alle attività di arricchimento oltre i limiti consentiti dal TNP (l’arricchimento al 20% – ovvero quello richiesto per la bomba atomica – è stato raggiunto nel 2010).

Con il raffreddamento dei rapporti con gli Stati Uniti di Obama, Israele ha iniziato a colpire gli scienziati in quanto considerati la vera base solida su cui Ahmadinejad aveva intenzione di costruire la prima atomica iraniana. Masoud Ali-Mohammadi, Majid Shahriari, Fereydun Abbas Davani (che sopravvisse e assunse la presidenza dell’AEOI un anno dopo l’attentato), Darioush Rezaeinejad nonché il direttore dell’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, Mostafa Ahmadi Roshan. Un’altra figura indispensabile all’assemblaggio della prima atomica fu proprio Mohsen Fakhrizadeh, l’ingegnere nucleare già membro del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie e assassinato ieri. Quest’ultimo è considerato il padre del programma nucleare militare dell’Iran, ovvero il Piano Amad.

Come ribadito proprio in sede ONU dall’AIEA, il piano Amad comprendeva la collaborazione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie ed altri rami delle forze armate, responsabili di aver arricchito uranio fuori dal controllo degli organi preposti. Secondo il report dell’AIEA, all’interno stesso del piano vennero studiate approfonditamente le tecnologie dual use, sviluppando detonatori nucleari e conducendo esperimenti ad alto livello esplosivo. Dai rapporti dell’organo internazionale emerse come Teheran aveva ufficialmente tenuto segreta una scorta di 44 kg di Uranio arricchito al 20% – niente meno il contenuto di 3 bombe nucleari.  E la devianza degli scienziati iraniani non si è fermata con la firma del Joint Comprehensive Plan Of Action. Di fronte alla cecità delle istituzioni internazionali l’Iran ha continuato deliberatamente a perseguire la strada del nucleare militare proprio grazie alla volontà di indipendenza delle istituzioni accademiche.

Le istituzioni collegate all’IRGC che hanno lavorato con Fakhrizadeh (e non ci dimentichiamo di Fereydoun Abbasi-Davani), hanno continuato negli ultimi anni a pubblicare studi tenuti nascosti dall’AIEA. Tesi di laurea e di dottorato, ricerche e opere di ingegneria, del tutto fuori dal controllo della comunità internazionale, ma sotto lo sguardo vigile di Fakhrizadeh. Ad esempio, il Mossad assassinò Rezaeinejad nel 2011, tre anni dopo che aveva pubblicato uno studio sull’exploding-bridgewire detonator  (un particolare tipo di detonatore utilizzato per le bombe atomiche). Un documento completamente ignorato dall’ONU ma che era stato pubblicato e presentato sia in Iran che in Cina. Fakhrizadeh in quegli anni aveva espresso più volte, assieme all’ex capo dell’AEOI Fereydoun Abbasi-Davani (scampato al tentato omicidio da parte dell’Intelligence israeliana), la necessità di nascondere le informazioni sul programma nucleare iraniano all’AIEA, affermando che le agenzie di intelligence occidentali fanno affidamento sui rapporti dell’Agenzia, e dunque sulle evidenze che Rouhani è costretto o meno a portare alla luce.

Teheran ha già dichiarato di meditare vendetta per la morte dello scienziato, ma il vero punto interrogativo, a sessant’anni dalla nascita del programma nucleare iraniano, è il ruolo della comunità internazionale in questi anni così difficili per la regione. Non è un segreto che Teheran abbia costruito negli ultimi 5 anni un corridoio logistico e militare fino al Mediterraneo, sfruttando i vuoti di potere in Siria, Iraq, Yemen e Libano. Nel frattempo, la comunità internazionale ha ignorato ogni avvertimento dell’intelligence israeliana riguardante le attività segrete, i siti militari, e tutto ciò che concerne un programma nucleare che chiaramente non è mai stato interrotto dal JCPOA, bensì solo rallentato.

Non è ancora chiaro quale sia la responsabilità della morte di Fakhrizadeh, ma è certo che l’elaborazione delle attività di arricchimento illegali oltre la soglia del 20%, nonché tutto ciò che concerne l’ingegneria della bomba nucleare iraniana (tra vettori e capacità) pertiene al Piano Amad, di cui lui era il diretto autore e padre. Se la responsabilità della morte di uno scienziato, per quanto brillante, dalle aspirazioni criminali e pericolose non solo per Israele ma per tutto il mondo, dovesse attribuirsi proprio ad Israele, si tratterebbe dell’ennesima grande mossa su una scacchiera infuocata dai conflitti asimmetrici. E – come al solito – gli unici che hanno deciso di non giocare sono proprio quelli che dovrebbero essere in prima linea: l’ONU, l’AIEA e l’Unione Europea.

(Foto: Tasnim News Agency, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons)