L’uccisione, ieri di Mohsen Fakhrizadeh, il mastermind del nucleare iraniano a Absard, un villaggio a est di Teheran, da parte di un commando di cinque persone è un messaggio molto chiaro. Come da protocollo, Israele non si è assunto la responsabilità dell’uccisione ma è chiaro a tutti che quella che l’Iran definisce “l’entità sionista” è responsabile della sua morte.

“Moshen Fakhrizadeh, ricordatevi questo nome” aveva detto Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa tenutasi nel 2018 dopo il trafugamento israeliano di file segreti iraniani sul programma nucleare.

Il messaggio ha due destinatari. Il primo è, ovviamente, l’Iran, il secondo è Washington. Aleggia nell’aria con l’insediamento futuro dell’amministrazione Biden, il sentore di un nuovo appeasement con il regime di Teheran. L’ex vicepresidente di Obama e attualmente presidente eletto, non poteva non appoggiare l’accordo sul nucleare iraniano, il JCPOA siglato nel 2015. La scelta attuale da parte di Biden di Antony Blinken, come Segretario di Stato, a sua volta sostenitore dell’accordo, va nella stessa direzione.

L’uccisione di Fakhrizadeh, evidentemente avallata dall’amministrazione Trump, comunica a Biden che Israele metterà sempre in prima linea la propria sicurezza subordinandola al buon rapporto con gli Stati Uniti, e che la strada verso un eventuale rientro americano in un negoziato con l’Iran rischia, prima ancora di partire, di essere seriamente compromessa.

L’incontro a tre in Arabia Saudita tra Benjamin Netanyahu, Mohammed Bin Salman e Mike Pompeo, avvenuto qualche giorno prima dell’uccisione di Fakhrizadeh, al di là di sterili dietrologie, ci fa supporre che l’Iran potrebbe subire altri contraccolpi, prima che Biden venga ufficialmente proclamato presidente.

L’amministrazione Trump ha ancora due mesi davanti a sé. Se l’Iran deve essere ulteriormente messo alla prova, questo è l’arco di tempo di cui disporre.

 

 

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Milanese. Laureatosi in filosofia teorica a Roma, è ricercatore indipendente relativamente al conflitto arabo-israeliano. Collabora con L’Informale, Progetto Dreyfus e Caratteri Liberi. Diverse sue interviste con alcuni dei più autorevoli studiosi di storia di Israele, islamismo e jihad, tra cui Benny Morris, Daniel Pipes, Robert Spencer e Mordechai Kedar, sono apparse oltre che su L’Informale, su DanielPipes.org, Middle East Forum, Frontpage Magazine e The Jerusalem Herald. Direttore editoriale della collana Ricerche sull’antisemitismo e l’antisionismo della Salomone Belforte Editore, ha pubblicato Il Sabba Intorno a Israele: Fenomenologia di una demonizzazione, Lindau, 2017 e Il Capro Espiatorio: Israele e la crisi dell’Europa, Lindau, 2019. Segue la politica estera per La Voce Repubblicana.