Strana combriccola la stampa italiana. Sui giornali esce di tutto: amori, tradimenti, triangoli e capriole dei vippettini televisivi; visite dal chirurgo estetico di Tizio e Caio; polemiche politiche; intercettazioni fin dentro la cabina della doccia; scandali di provincia; retroscena; soffiate; veline; pizzini mafiosi.  Poi capita che Antonio Costa parli da Lisbona e non una riga venga riportata. Costa è il Primo Ministro del Portogallo, ed assumerà la presidenza di turno dell’Unione europea a far data dal 1° gennaio. In un discorso tenuto all’Università cattolica della capitale lusitana, Costa ha pronunciato parole che sono rimbalzate come una bomba al plastico nelle Cancellerie europee, ma sono passate inosservate nelle redazioni in Italia.  “L’Ue è ancora divisa su un concetto di fondo”, ha detto il Primo Ministro portoghese, identificando un disaccordo fondamentale tra gli Stati membri sull’identità del blocco a 27. Il Primo Ministro ha dichiarato che la crisi innescata dalla pandemia ha fatto esplodere il conflitto strisciante che da tempo attanaglia Bruxelles. L’ultima sequenza di eventi ha evidenziato la necessità di chiarirsi tra governi e decidere se l’Ue è un blocco costruito sul commercio o fondato su valori condivisi. Costa ha passato in rassegna le tensioni interne a Rue de la Loi: prima c’è stata la Brexit, che ha certificato il rifiuto britannico dell’”unione sempre più stretta”; poi i quattro Paesi “frugali”, che si sono opposti alla solidarietà europea; adesso i Paesi di Visegrad che pongono il veto sul rispetto delle regole dello Stato di diritto. Il leader portoghese ha allora rilanciato la formula dell’Europa a due velocità, cioè una partecipazione al club a “geometrie variabili”, con una cerchia interna di Paesi che intensificano l’integrazione politica e una cerchia esterna di Paesi, che – come nel caso dell’adesione all’area Schengen o dell’adesione all’Euro – rimangono periferici rispetto al nucleo di guida. L’idea di un’Europa a due velocità non è nuova: Emmanuel Macron ha a lungo spinto per formalizzare una governance europea a guida franco-tedesca. Lo stesso predica da tempo Guy Verhofstadt, il leader dei liberaldemocratici all’Europarlamento, che vede la cerchia interna come l’embrione del suo progetto eurofederalista. Ma l’Europa a due velocità è proprio quanto chiedeva l’Uk per scongiurare la Brexit. A novembre 2015, David Cameron aveva proposto all’Ue di cancellare il referendum sull’uscita se solo Bruxelles avesse concesso una moratoria sull’accesso al welfare da parte degli immigrati europei nel Regno Unito ed escluso Londra dall’onere di salvataggi bancari nell’Eurozona. Allora la posizione di Angela Merkel fu intransigente. La kanzlerin volle concedersi un momento Thatcher e sentenziò nein, nein, nein. Di conseguenza, a giugno 2016 Londra indisse il referendum e la maggioranza dei britannici votò contro la permanenza nel blocco. Ma oggi quel dossier viene riaperto dal vertice dell’Unione europea. Succede che la Storia presenta il conto.

(Foto: FraLiss, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons)

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Avvocato, manager e giornalista. Allievo del 198° corso alla Scuola Militare Nunziatella, ha conseguito la laurea all'Università di Roma Luiss, il Master of Laws alla New York University e il Juris Doctor alla Columbia University di New York. E’ Avvocato; Solicitor (England & Wales); Attorney at Law (New York); e appartiene all’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Ha esercitato la libera professione in USA (Sullivan & Cromwell) e assunto ruoli manageriali in UK (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo; BlackRock). Ha pubblicato "L’altra Brexit" (Milano Finanza, 2018); è editorialista Brexit per il quotidiano finanziario Milano Finanza; opinionista geopolitico per il canale televisivo finanziario Cnbc. Direttore responsabile della Voce Repubblicana.