Il presidente del Parlamento europeo David Sassoli il 15 novembre ha twittato:”L#Europa cancelli i debiti dei governi dovuti alla #pandemia, non è accettabile che ricadano sui cittadini e sulle generazioni future. Si abbia la capacità di scelte forti, coraggiose”. Come immaginabile, tale presa di posizione ha scatenato una ridda di polemiche e prese di posizioni contrastanti da parte di esperti economici, istituzioni pubbliche e liberi pensatori. I debiti, si sa, debbono essere pagati. Oppure no?

Dall’alba dei tempi il tema risulta molto più controverso di quanto appare, evidenziando esiti tutt’altro che scontati. Durante il regno di Hammurabi (re di Babilonia dal 1792 a.C. per 42 anni), il cui Codice lo ha reso famoso fino ai giorni nostri, il Re proclamò in varie occasioni un annullamento generale dei debiti dei cittadini verso i poteri pubblici, i loro alti funzionari e dignitari. Le proclamazioni delle cancellazioni debitorie in realtà iniziarono ben prima di Hammurabi (vi sono prove a riguardo datate 2400 a.C.) e si prolungarono dopo di lui, tanto da ritenere tale pratica una delle caratteristiche dell’Età del bronzo, in Mesopotamia.

La questione debitoria si incrocia inevitabilmente con quella spirituale, le cui radici sono millenarie. Il Levitico – il terzo libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana – prevedeva che ognuno degli Israeliti potesse tornare nella sua proprietà e nella sua famiglia, in una sorta di espiazione cioè di riconduzione ad unità del popolo di Israele attraverso la ricostituzione della distribuzione originaria della terra assegnata all’inizio, cioè all’ingresso in Canaan. Secondo le disposizioni contenute nel capitolo 25 del Levitico, nell’anno giubilare (ossia ogni cinquant’anni), si realizzava un evento del tutto particolare dal punto di vista economico-finanziario: la cancellazione dei debiti.

Anche venendo a tempi a noi molto più vicini, il tema permane centrale. Alla fine della Prima Guerra Mondiale fu John Maynard Keynes ad accorgersi per primo delle terribili conseguenze di fare gravare un debito eccessivo sulle spalle degli sconfitti. In “Conseguenze economiche della pace”, testo del 1919 di straordinaria attualità, l’economista britannico spiegava le ragioni delle sue dimissioni come rappresentante del Tesoro del Regno alla Conferenza di Versailles, comunicate a Lloyd George con poche lapidarie parole: “Anche in queste ultime, angosciose settimane ho continuato a sperare che trovaste un modo qualunque per fare del trattato un documento giusto e realistico. Ma ora è troppo tardi, evidentemente. La battaglia è perduta”. Keynes era convinto che le durissime riparazioni imposte alla Germania (debiti di guerra) avrebbero portato il continente, nel giro di due o tre decenni, a un secondo conflitto e, come scriveva alla madre già in una lettera del 1917, alla «scomparsa dell’ordine sociale come lo abbiamo fin qui conosciuto». I fatti gli diedero ragione al punto che, a valle della secondo conflitto bellico mondiale le cose andarono diversamente. Il Trattato di Londra, ratificato il 24 agosto 1953, impegnava la Repubblica Federale tedesca al rimborso dei debiti contratti dal Governo di Berlino tra il 1919 e il 1945, applicando però un concordato sul rimborso parziale. L’accordo diede il via libera alla riduzione di circa il 50% del debito complessivo: restarono 15 miliardi di marchi con una dilazione di pagamento di oltre trent’anni. Fu uno degli ingredienti della ripresa economica tedesca post-bellica.

Venendo ai giorni nostri, una delle conseguenze certe della pandemia è l’incremento esorbitante del debito, sia nella sua forma pubblica che in quella privata. E’ un tratto comune a tutti i sistemi economici, anche se impatta in modo diverso a seconda della situazione in cui gli stessi versavano ante Covid-19. La BCE, nella “Financial Stability Review” del 25 novembre mette in guardia dalle conseguenze, precisando: “Il forte aumento del debito delle aziende e degli Stati pone rischi alla stabilità finanziaria, a causa di un crescente legame tra aziende, banche e Nazioni”. Pochi giorni prima, la sua presidente Christine Lagarde, aveva tagliato le gambe al tweet di Sassoli, precisando che è il Trattato sul funzionamento dell’UE – all’art.123 – che vieta il finanziamento monetario. Tesi rilanciata da Natascha Valla e Christian Pfister che, in un intervento del 28 novembre (“Cancellare i debiti porterebbe alla fine dell’euro”) hanno bollato la proposta di Sassoli come così insensata da far dubitare della buona fede dei suoi fautori. E’ di diverso avviso Vincenzo Visco, che in una pubblicazione del 1 dicembre (“I grandi debiti non si rimborsano”) ripercorre le varie proposte avanzate negli ultimi anni su come affrontare il problema del debito europeo. Visco ricorda che, in assenza di un accordo comune, a parte il caso di un lungo periodo di crescita economica accelerata in grado di riassorbire progressivamente il debito, non di rado gli Stati hanno fatto default, ripudiato i debiti intervenendo con operazioni di ristrutturazione o conversione forzata, o hanno utilizzato l’inflazione per cancellarli in tutto o in parte, facendo ricorso a interventi sistematici di repressione finanziaria.

L’analisi di Visco sposta l’attenzione verso un tema cruciale: la necessità di decisioni condivise e coordinate. La fuga in avanti di un unico Paese (o di un’Area valutaria, come Eurolandia) su tale tema potrebbe rappresentare uno stigma per lo stesso da parte dei mercati finanziari, difficile da rimarginare, come dimostrato negli ultimi decenni dalle numerose vicende di default/restructuring dei Paesi emergenti. Al contrario, una cancellazione debitoria attuata attraverso l’emissione di debito irredimibile, potrebbe funzionare a patto che venga effettuata contemporaneamente da tutti i principali Paesi del mondo, attraverso le relative banche centrali (di fatto una monetizzazione di parte del debito globale). Per fare ciò servirebbe, come auspicato dal prof. Paolo Savona, una conferenza globale atta a definire nuove regole sistemiche. Una nuova Bretton Woods quindi, per evitare una nuova Yalta.

Perché di debito, come insegna la Storia, si può anche morire mentre i giubilei, se ben gestiti, possono portare nuova ricchezza anche ai creditori.