Cari lettori della Voce Repubblicana, nello scorso articolo della rubrica ho cercato di rappresentare la mia idea di quello che è il peccato originale del “Disordine in Corte”; così da procedere con metodo verso una complessiva e più particolareggiata dinamica di quello che è lo stato attuale dell’amministrazione della giustizia in Italia, nonché dei rapporti magistratura e politica nel contesto di quello che ho descritto come uno squilibrio di sistema che altera gravemente l’impostazione originaria della Costituzione repubblicana.

Un’ultima precisazione si rende necessaria. Ebbene, una delle più frequenti obiezioni che viene mossa a questo tipo di visione, che certamente trae origine da una rilettura degli eventi andati sotto il nome di inchiesta “mani pulite”, è il richiamo al presupposto compito di “supplenza” che la magistratura avrebbe svolto da allora in assenza di una politica in grado di assolvere ai propri compiti. Trovo questa obiezione risibile oltre che non corrispondente ai fatti storici presenti e passati.

A partire dagli anni novanta la magistratura ha svolto un compito scientemente destabilizzante del quadro politico, volto ad alterarne finanche gli equilibri come emersi dalle tornate elettorali, che non ha pari nel panorama  complessivo dei conflitti di sistema delle democrazie europee ed occidentali nel secondo dopo guerra. Lo smantellamento della così definita prima repubblica, con l’utilizzo di un vulnus normativo, l’inesistenza di una legge sul finanziamento pubblico dei partiti, avvenuto a senso unico e risparmiando quella parte dell’arco costituzionale che i finanziamenti illeciti – si veda il dossier Mitrokhin – eccome se li riceveva, è stato solo il primo passaggio.

La successiva ventennale aggressione giudiziaria a Silvio Berlusconi, sulla quale recenti dossier e testimonianze di giudici coinvolti, oltre che sentenze assolutorie e inusitate sessioni agostane della Cassazione, hanno rivelato pesanti sospetti di persecuzione finalizzata ad alterare un quadro politico evidentemente sgradito a quel nucleo militante della magistratura, ben definito dal giornalista Piero Sansonetti “Partito dei PM”, offre un quadro disarmante del sistema giustizia in Italia, un quadro di fronte al quale nessun cittadino può sentirsi al sicuro.

Neppure rassicurante è la contiguità che in epoca più recente vi è stata con il nascente Movimento giustizialista Cinque Stelle dapprima con Di Pietro e la sua lista partitica, che aveva la medesima gestione della comunicazione attraverso Casaleggio ed Associati, poi con alcuni magistrati con ruoli apicali nella rappresentanza di categoria della magistratura, penso fra i tanti al dott. Piercamillo Davigo, infine con quel foglio, Il Fatto quotidiano, diretto da  Marco Travaglio, noto giornalista che con le veline uscite dagli uffici delle Procure ha costruito la tradizione giustizialista del giornalismo italiano.

Vi sembra tutto ciò corrispondente ad una supplenza? O piuttosto una invasione di campo della politica sul presupposto di una superiorità morale di semplici vincitori di concorso pubblico, tutta da dimostrare e che nulla c’entra con il dna di un Ordine che deve avere una funzione costituzionale di garanzia e di rispetto degli equilibri di potere.

Cari lettori, non rispondetemi “ai posteri l’ardua sentenza” perché i posteri in politica sono coloro che svolgono un’attività  lungimirante, che non può non avvertire il rischio liberticida delle garanzie repubblicane che un simile contesto ha profilato e profila davanti ai nostri occhi.