Quando lo scorso sabato il Pontefice regnante ha presieduto, nella Basilica di San Pietro, il settimo Concistoro ordinario del suo pontificato, per l’investitura ufficiale dei tredici neo-cardinali, abbiamo ancora una volta riconosciuto l’attitudine del suo magistero: lo sguardo rivolto verso le periferie del pianeta.

Infatti nel novero dei cardinali elettori (che non abbiano superato gli ottant’anni) ne troviamo sei non italiani tra cui: uno proveniente dalle Filippine, un altro dal piccolo sultanato del Brunei, uno da Malta, uno dal Ruanda, uno dal Cile ed infine il primo cardinale afro-americano della storia, proveniente dagli USA. Se invece guardiamo ai soli tre italiani, vi troveremo l’arcivescovo di Siena, sede di solito non destinata alla berretta cardinalizia, il custode del Convento di Assisi, che non era neppure vescovo, e l’unico curiale, Marcello Semeraro, che andrà a sostituire alla “Congregazione delle Cause dei Santi”, il defenestrato Becciu.

Tutto ciò, naturalmente, richiama quanto ebbe a dire ai giornalisti papa Francesco, nell’ottobre del 2016, sul volo che dall’ Azerbaijan lo riportava a Roma: “Vado lì per i cattolici, per andare alla periferia della comunità cattolica (…). È proprio una periferia, è piccolina. (…). Io l’ho detto, la realtà si capisce meglio, si vede meglio dalle periferie che dal centro”.

Così Bergoglio spiegava l’attenzione riservata non solo alle periferie geografiche del pianeta, ma anche a quelle da lui definite “le periferie esistenziali” dell’essere umano, sia nei paesi in via di sviluppo che nell’Occidente opulento e sviluppato.

Alla base di ciò vi è una specifica visione geopolitica

Secondo tale visione, il centro Vaticano è solo uno dei nodi di una rete policentrica: da esso, la “Chiesa in uscita” di Francesco si proietta verso altri luoghi che centrali lo sono già da tempo (l’Asia, la Cina) o che in breve lo diventeranno (l’Africa); centrali per la missione universale cui storicamente è chiamata la Chiesa cattolica.

Un’impostazione policentrica come questa implica, necessariamente, le seguenti strategie: multilateralismo, ecumenismo e decentramento.

La proiezione di potenza cambia paradigma e non si irradia più dal fulcro romano verso le periferie, ma dal basso verso l’alto, “bottom up”.

Ed ecco la rilevanza assegnata alle singole Conferenze episcopali nazionali, anche quelle di paesi lontani o piccoli, i cui presidenti sono necessariamente elevati alla dignità cardinalizia a scapito magari dei vescovi di importanti metropoli occidentali.

Tutto ciò sposta l’asse geopolitico tradizionale che, con i precedenti pontificati, era incardinato in Europa e negli Stati Uniti; Bergoglio sta cercando di introdurre una rappresentanza globale, una “sinodalità”, nel club più esclusivo del mondo: il conclave dei Cardinali elettori.

Se vi sarà riuscito sarà la storia a dircelo.

Del resto quando il pontefice teorizza che “il tempo è superiore allo spazio” vuole indicare la supremazia dell’azione che genera processi, rispetto a quella che tenta di occupare spazi; ed è in questa chiave che vanno letti i c.d. “accordi segreti” con Pechino, volti a stabilire una procedura congiunta per la nomina dei vescovi.

A Bergoglio interessa, in questo caso, cominciare un processo, a prescindere da un’analisi qualitativa dello stesso; senza alcuna sicurezza sulla direzione che questo prenderà.

Ma tant’è: la svolta verso oriente di Francesco, sulle orme del gesuita Matteo Ricci, è un pilastro della sua geopolitica e va portata avanti ad ogni costo.

Tra i costi, possiamo annoverare il “decoupling”, o disaccoppiamento, rispetto alla politica degli Stati Uniti ed in parte dell’intero blocco occidentale: divergenza ormai definitiva sotto questo pontificato; se vi sarà un riavvicinamento, dopo l’elezione di Biden, sarà perché questi ha deciso di avvicinarsi a Bergoglio e non il contrario.

Un piccolo segnale, però, il Pontefice lo ha lanciato quando, alcuni giorni fa, ha timidamente fatto riferimento alla persecuzione della minoranza uigura, da parte del regime cinese.

Ma la sostanza non cambia: il canone occidentale non è più, da tempo, l’unico ad esser eseguito, nella sinfonia universalista di Papa Bergoglio.