Nel lontano 1975 in occasione del festival della gioventù mondiale organizzato dai giovani comunisti italiani al Pincio, ci furono  tre notti di scontri furiosi di cui pure l’opinione pubblica si accorse appena.

Vennero coinvolti almeno quindici giovani del servizio d’ordine comunista, una dozzina di giovani dell’estrema sinistra a dar loro man forte, una trentina di giovani dell’estrema destra abituati a frequentare il bar Rosati nella sottostante Piazza del Popolo.

Un solo giorno gli scontri, seppur a ranghi ridotti, avvennero di pieno giorno e non vi sono documentazioni, ma furono molto cruenti e spettacolari, anche se i danni ai partecipanti furono di scarsa entità.

Era quella stagione che precedeva gli anni di piombo e a seguito di scontri di quel tipo poteva sempre scaturire il morto.

Anche per questo fa una certa impressione sapere che gruppi di ragazzi senza un apparente motivo ideologico o un pretesto di qualche tipo, si siano scontrati fra loro 55 anni dopo sulle stesse colline del Pincio. Qui la documentazione esiste e non é particolarmente impressionante non fosse per la quantità di persone coinvolte senza l’uso della mascherina.

E il rischio di contagio? Le regole sanitarie? Come é possibile che tutto questo sia stato ignorato con tanta leggerezza?

Ora una società repressiva non avrebbe particolari problemi ad intervenire a proposito, ad individuare i colpevoli e punirli in una maniera esemplare. Ma un governo repressivo in una società democratica é puramente impotente.

Questo perché la società democratica risolve i problemi con la persuasione non con la punizione.

I protagonisti delle violenze del Pincio del 1975, tutti rimasti a piede libero, tempo pochi anni, fossero di destra o di sinistra, si sono convinti  del rispetto della legge. Fu la forza della democrazia a ridurli a miti consigli.

Può darsi che restrizioni di ogni genere e grado abbiano lo stesso effetto. In Oriente si sono sempre mostrate efficaci. In Occidente hanno invece innescato una reazione opposta, tanto che dopo la metà del secolo scorso, proprio fra i giovani ebbe successo la formula usata da alcuni intellettuali parigini allievi della scuola di Francoforte, che diceva “ribellarsi é giusto”.

É il limite di ogni dato scientifico, l’impatto emotivo con cui si viene a confrontare. Ed é questo  ii vantaggio della democrazia liberale sullo stato autoritario, quando si tratta di risolvere i problemi.

La società democratica capisce, si mantiene liberale. Quella autoritaria, ingombra di regole di ogni genere  può solo aumentare la repressione.