Giovedì 3 dicembre ha preso avvio l’attività di Milano Hub, presso la storica sede centrale di Banca d’Italia. Si tratta del FinTech district meneghino che ha l’obbiettivo di accompagnare il sistema bancario e finanziario italiano nella transizione digitale. Compito più che mai necessario, vista la rapidissima trasformazione che il sistema creditizio si trova ad affrontare, a causa dell’affermazione di competitors tecnologici preparati ed agguerriti. Il punto di partenza di Milano Hub sono venti progetti, già al vaglio del team di esperti di Banca d’Italia per valutarne il potenziale innovativo alla luce dell’attuale quadro regolatorio.

In concreto si tratta di utilizzare la tecnologia blockchain per la maggiore efficienza dell’industria finanziaria e l’adozione di nuove tecniche di machine learning e di analisi dei big data per le valutazioni macroeconomiche e quelle normative. L’ennesima rivoluzione tecnologica sta attraversando l’intero sistema economico, ruotando essenzialmente attorno al petrolio dell’era moderna: i dati. La raccolta, lo stoccaggio, l’elaborazione, l’utilizzo dei dati nel modo più efficiente, rapido e profittevole possibile è la frontiera attorno alla quale si definisce la supremazia del XXI secolo.

Ne è la prova la fusione tra S&P Global e IHS Markit annunciata il 30 novembre: si tratta di un’operazione del valore di 44 miliardi dollari, che la rendono il merger più rilevante dell’anno. E’ un’operazione transatlantica che unisce due protagonisti della fornitura di sofisticati dati e indici a Wall Street e ai mercati finanziari internazionali. Essa va nella stessa direzione dell’operazione di fusione tra il London Stock Exchange e Refinitiv, società USA di raccolta, gestione e analisi dati.

Che i dati siano un elemento cruciale per il business non è una scoperta odierna. Nel 1999, in piena bolla della “new economy” il New York Times si interrogava sulla capacità di Google di creare un business model degno della sua tecnologia. I tempi erano difficili e lo sboom dell’ ”internet bubble” metteva in discussione perfino la stessa sopravvivenza del colosso di Montain View. L’arrivo di Eric Schmidt al timone di Google nel 2001 segnò la svolta: egli fu in grado di comprendere la genialità di Amit Patel, l’ingegnere con la passione per la data analysis. Patel si era reso conto che gli utenti di Google, attraverso le ricerche effettuate in rete, lasciavano la scia di una serie di dati apparentemente inutili, ma di fatto fondamentali per il business model dell’internet company: il “surplus comportamentale”. Da quel momento fino ad oggi il colosso californiano ha basato la sua fortuna proprio su di esso, processando la raccolta, l’analisi e la vendita dei dati di tutti gli utenti ai suoi clienti inserzionisti, definendo un target advertising mirato, grazie all’utilizzo di software sempre più sofisticati. Business dei dati che è stato a sua volta replicato da Facebook, il social network che vanta oltre 2.5 miliardi di utenti collegati, il cui fatturato è interamente basato sulla elaborazione e la vendita dei dati.

E’ l’avvento di un nuovo sistema economico: il capitalismo della sorveglianza. Tale definizione si deve a Shoshana Zuboff, docente di psicologia sociale alla Harvard Business School, che impiega dieci anni per la stesura della sua opera pubblicata nel 2019 (“The age of surveillance capitalism. The fight for a human future at the new fronter of power”) in cui analizza accuratamente il nuovo paradigma economico, mettendone in evidenza luci ed ombre. Perché i capitalisti della sorveglianza hanno un potere enorme, proprio grazie all’asimmetria informativa tra loro e la grande parte del sistema, dettata dalla mancanza di consapevolezza sull’esistenza stessa di tale potere. Non si tratta, a detta della Zuboff, dell’esercizio di un potere con una finalità economica, ma molto di più. L’obbiettivo dei capitalisti della sorveglianza va ben oltre: è la predittività, cioè anticipare le scelte degli utenti, contribuire a plasmarle condizionandole, trasformando l’esperienza umana in materia prima economica.

Fantascienza? Tutt’altro! Il caso Pokémon Go lo dimostra. Dietro al videogioco di realtà aumentata che nel 2016 ha fatto impazzire centinaia di milioni di persone nel mondo, si nascondeva infatti una logica commerciale molto astuta. L’apparizione degli animaletti virtuali non è avvenuta su base casuale, bensì seguendo una precisa scelta dettata da finalità commerciali: l’apparizione dei Pokémon era in grado di modificare i comportamenti degli individui, portandoli in location prestabilite – come centri commerciali, negozi al dettaglio, centri estetici, ristoranti – dove gli appassionati del gioco virtuale hanno speso soldi reali, facendo salire alle stelle fatturato e utili dei retailers. Si è trattato del primo esperimento di modifica comportamentale soft, su scala globale.

I capitalisti della sorveglianza possono diventare più potenti degli stessi governi. Lo sa bene Pechino, che il mese scorso ha bloccato il collocamento azionario del colosso ANT Group (FinTech controllata da Alibaba) formalmente per motivi regolamentari; di fatto per affermare che il capitalismo della sorveglianza di Jack Ma deve sottostare a quello politico di Xi Jinping. Almeno per ora. A riguardo, si sta muovendo anche l’Unione Europea che, con la prossima ratifica del Digital Service Act intende disciplinare in maniera organica il mercato digitale nell’Unione, con l’obbiettivo di “rendere illegale nel digitale ciò che illegale nel mondo reale”, come ha affermato la vice presidente della Commissione Margrethe Vestager. Regolamentare l’evoluzione digitale è essenziale, ma certo non meno che favorire la nascita di campioni nazionali in grado di competere con i Big Tech americani e cinesi. Questa è la vera sfida, che Milano Hub deve raccogliere. Perché risuona di estrema attualità il monito lanciato da Bill Gates nel lontano 1994: “Banking is necessary, but banks are not”.