La portata della firma degli Accordi di Abramo, firmati da Israele con gli Emirati Arabi Uniti e Barhein il 15 settembre 2020 alla Casa Bianca, non è stata pienamente compresa e apprezzata da gran parte dell’Europa.

Prima di tutto il nome dell’accordo, altamente simbolico, ci riporta alla figura biblica di Abramo, patriarca delle tre religioni monoteiste, sottolineando il riconoscimento di radici comuni tra ebrei, cristiani e musulmani. Questa dimensione pienamente interreligiosa, che si affianca a quella geopolitica, rappresenta un potenziale fattore di cambiamento in Medio Oriente, che potrebbe aprire la strada alla trasformazione stessa della regione.

Ma non solo, gli Accordi di Abramo hanno immediatamente introdotto aree concrete di cooperazione. I due Stati del Golfo non soltanto hanno riconosciuto lo Stato ebraico e stabilito con esso relazioni diplomatiche formali, hanno anche avviato una profonda collaborazione in molti settori, tra cui il turismo, l’aviazione civile, la scienza e la tecnologia, l’innovazione, l’ambiente e l’energia.

Non da ultimo, la firma degli accordi è stata accompagnata da manifestazioni di autentico entusiasmo tra la gente comune di tutti e tre i Paesi, a dimostrazione che il desiderio di pace e di convivenza è vivo e reale e non solo un accordo tecnico tra i governi.

Gli Accordi di Abramo mostrano ora chiaramente ciò che è noto da tempo, cioè che la questione palestinese non è più al centro degli interessi del mondo arabo. Forse non lo è mai stata, più probabilmente è sempre stata solo una scusa che i leader arabi e musulmani hanno strumentalizzato per distrarre il popolo dai loro problemi interni.

Oggi ci sono in Medio Oriente questioni molto più importanti da risolvere del problema palestinese, che, per dirla senza mezzi termini, i palestinesi stessi sembrano non avere la volontà di risolvere. Questa frustrazione araba per l’intransigenza palestinese ha portato i leader arabi a decidere di non permettere più ai palestinesi di mettere il veto sui loro rapporti con la potenza economica e militare più avanzata della regione. Soprattutto perché questi Paesi arabi hanno un nemico in comune con Israele, Teheran.

E’ in atto, infatti, da tempo, un braccio di ferro sempre più serrato tra il mondo Sciita che fa capo all’Iran e il mondo Sunnita che fa capo all’Arabia Saudita.

Allo stesso tempo l’Iran minaccia apertamente la distruzione di Israele, sostenendo i suoi alleati  nel promuovere il terrorismo contro lo Stato ebraico. Non solo, ma  è intervenuto in Siria e in Yemen ed ha attaccato l’Iraq  e l’Arabia saudita. Gli obiettivi espansionistici e radicali di Teheran sono ormai ben noti a tutti, tranne forse all’Unione Europea, che, nella migliore delle ipotesi parla si’ della necessità di affrontare l’aggressione iraniana, ma in pratica cerca solo di rianimare l’ormai sepolto JCPOA, dimostrando una evidente mancanza di acume politico. Purtroppo, i vicini dell’Iran non possono permettersi il lusso di una tale negligenza.

Il grande successo della normalizzazione delle relazioni di Israele con il mondo arabo sarebbe ovviamente un accordo con l’Arabia Saudita. E sembra che ci siano concrete speranze in tal senso. Secondo i media, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha recentemente incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman alla presenza del segretario di Stato americano Mike Pompeo proprio per discutere la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi.

E l’Unione Europea in tutto questo?  Le reazioni a Bruxelles sono state quanto meno tiepide. L’alto rappresentante Josep Borrell ha ovviamente accolto con favore, a nome dell’Unione, la firma degli accordi di pace e ha riconosciuto il ruolo svolto dagli Stati Uniti. Tuttavia, dopo le prime tre righe del comunicato stampa, il capo della diplomazia europea si è dilungato in due paragrafi sul conflitto israelo-palestinese.

Si tratta ovviamente di una questione importante, certo, ma non stavamo parlando di un fatto eccezionale, come quello della firma di accordi di pace tra Israele e due stati arabi?

Israele non è solo definito dal conflitto con i palestinesi. Questo sarebbe stato il momento di sottolineare l’importanza storica del riavvicinamento arabo-israeliano.

E invece no, gli accordi sono stati accolti a denti un po’ stretti, anche perché, forse, rappresentano la prova che la strategia diplomatica europea in Medio Oriente non ha certo dato i suoi frutti.

L’Unione europea ha sempre insistito, infatti, che la distensione tra mondo arabo e Israele sarebbe potuta intervenire solo risolvendo il conflitto con i palestinesi.

Non solo, l’alleanza che si sta profilando all’orizzonte, mondo Sunnita-Israele, tende ovviamente a contrastare l’avanzata Sciita mettendo in evidenza che la strategia europea, di dialogo con l’Iran a tutti i costi, non è considerata efficace.

Per non parlare poi che gli Accordi di Abramo sono stati un indiscutibile successo della diplomazia del discutibile Trump. Ce n’è abbastanza per non gioire apertamente.

(Foto: President Donald J. Trump, Minister of Foreign Affairs of Bahrain Dr. Abdullatif bin Rashid Al-Zayani, Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and Minister of Foreign Affairs for the United Arab Emirates Abdullah bin Zayed Al Nahyanisigns sign the Abraham Accords Tuesday, Sept. 15, 2020, on the South Lawn of the White House. Official White House Photo by Shealah Craighead)