Non sappiamo ancora quale sarà la scelta definitiva sul Recovery Fund: è circolata una bozza del piano nazionale di ripresa e di resilienza (PNRR) sulla quale si possono fare alcune riflessioni.

Intanto, l’occasione irripetibile per il paese di pensare alla sua modernizzazione per recuperare competitività con i paesi europei e mondiali. Investire 209 miliardi in settori strategici e infrastrutturali in un periodo di emergenza pone un problema politico ineludibile. Lo sforzo deve essere unitario per i prossimi 7 anni e quindi il metodo con cui si individuano gli obiettivi della programmazione deve essere trasparente e selettivo, funzionale agli interessi generali del Paese. Per fare questo, una progettualità di medio periodo deve cogliere gli aspetti contingenti dovuti alla pandemia e coniugarli con una strategia di sviluppo del paese.

Altro aspetto è che un Paese democratico ha regole e istituzioni che vanno coinvolte unitariamente. Se sul piano politico non è possibile una politica di unità nazionale, tuttavia le prerogative di legittimazione legislativa e di controllo che spettano al Parlamento vanno rispettate. Le opposizioni devono essere ascoltate e coinvolte nelle scelte, come le organizzazioni sociali ed imprenditoriali, non semplicemente informate. Un modello di sviluppo funziona se tutti hanno partecipato alla definizione degli obiettivi ed ogni organizzazione ritrova la soddisfazione dei propri interessi individuali nell’ambito della programmazione globale.

Cosa sta avvenendo nel paese invece? E’ in atto un dibattito, uno scontro ideologico e di potere fra le forze politiche sia di maggioranza che di opposizione che non ha uguali nei Paesi democratici capitalisti dell’occidente. Fino alla caduta del comunismo, ormai più di trent’anni fa, il dibattito fra democrazia, capitalismo e socialismo era l’argomento discusso a sinistra e la concezione assistenziale cattolica era quella dominante. Tuttavia l’odio anticapitalistico che caratterizzava la sinistra, sia comunista che socialista, portava a condividere attraverso forme clientelari ed assistenziali, corporative la lotta per la conquista del potere. La sfida vinta dal capitalismo, come il sistema di produzione in grado di accumulare più ricchezza, ancora non è risolutiva in Italia, lo dimostrano le politiche di sussidio, assistenziali, di ammortizzatori sociali perenni, le mai sopite proposte di intervento diretto dello Stato in economia in forma diretta o partecipata, le ricorrenti proposte di patrimoniali in settori della sinistra, secondo il parametro che occorre togliere ai ricchi e redistribuire. Il problema è che queste politiche hanno punito solo il ceto medio, non hanno migliorato le condizioni dei più deboli e creato una voragine immensa nei conti dello Stato che finirà per colpire le nuove generazioni per moltissimi anni. La rozza convinzione che il sistema capitalistico, l’unico tra l’altro in grado di coniugare accumulazione di ricchezza e democrazia, fosse una pecora da tosare per redistribuire, si è dimostrata un limite ideologico e un disastro per l’efficienza e la capacità produttiva del paese. Cioè, ancora oggi, sfugge il fatto che il sistema capitalistico va messo in condizione di produrre ricchezza perché se lo si carica di burocrazia, di piombo sulle ali con un sistema sociale assistenziale troppo elevato, smette di produrre ricchezza e non c’è più nulla da distribuire. A meno che non si utilizzi il metodo cinese che sacrifica la democrazia, la libertà e l’unica possibilità che si lascia ai cittadini e alle imprese è quella di obbedire. Quello che è in atto nel paese soprattutto nel governo , ma anche nella logica dell’opposizione è uno scontro sulla conquista del potere, dove si cercano agganci con categorie, con territori, non sulla base di un modello di sviluppo pensato e su cui occorre investire, ma su un modello di rappresentazione di interessi particolari il cui insieme dà un modello spontaneo che si impoverisce continuamente e va verso il declino. Tra infrastrutture obsolete, politiche di difesa territoriale di saccheggio, quasi inesistenti investimenti in ricerca e sapere, tecnologie e reti informatiche vecchie e non comunicanti soprattutto fra enti pubblici divenute progressivamente tali per l’impossibilità di politiche espansive e di vincoli europei derivanti dal patto di stabilità.

Oggi, che col Recovery Fund c’era l’occasione di dare una sterzata vera alla qualità del governo del Paese, continuano le stesse dispute, gli stessi litigi, finendo per compromettere non solo le politiche del governo ma anche di aggravare le condizioni di piccole e medie imprese, colpite dalla pandemia con provvedimenti di totale o parziale chiusura. Non ci sembra di intravvedere nessuna riflessione di lungimiranza strategica nell’attività di governo, né di proposte di respiro alternativo di buon governo nell’opposizione che si limita a proporre misure più corporative o più assistenziali, localistiche di quelle del governo, ma anch’esse non nella logica di creare ricchezza, ma di redistribuire l’unica forma di ricchezza che è indebitamento e debito futuro.

Una tale situazione che apparentemente aveva già una strada quasi obbligata da percorrere nei settori indicati dalla commissione UE cioè digitalizzazione, ricerca, ambiente e green economy, infrastrutture per una mobilità sostenibile, sanità, rischia di diventare un’occasione persa.

Un terzo delle risorse vengono destinate alla transizione green circa 70 miliardi che invece di finanziare 10, 15 progetti strategici li ha polverizzati in un centinaio di interventi a pioggia ed irrilevanti, che non generano né occupazione né più autonomia  energetica. Si destinano 9 miliardi alla sanità quando le deficienze del sistema sanitario, emerse durante l’epidemia, richiederebbero investimenti in strutture e personale per decine di miliardi, quelle del MES sanitario, che continuano a non essere usate.

Green, smart and healthy: verde, intelligente e sano che sembrano ispirare il piano rimangono enunciazioni. Sui giovani si declamano propositi, non scelte necessarie nel collegamento fra esigenze delle imprese e istituti tecnici. Mancano tecnici, in Germania ci sono 800mila diplomati in queste materie, in Italia 10mila. La cabina di regia è quanto di più sovietico, anzi cinese, si potesse pensare: al vertice il Presidente del Consiglio con il ministro del Tesoro e quello dell’Economia, sei manager non si sa come scelti e una pletora di tecnici per ogni settore; in tutto 300 che complicano il problema.

Perché se è chiaro che in una democrazia, il governo doveva coinvolgere il Parlamento e non lo ha ancora fatto, se è chiaro che in Repubblica, cioè un patto sociale con regole condivise, le organizzazioni imprenditoriali, sociali e professionali andavano coinvolte e non è stato fatto, se è chiaro che la Costituzione prevede che siano i ministri i responsabili delle politiche di investimento e di controllo nei settori di loro competenza, la cabina di regia rischia di essere un duplicato dei ministeri senza legittimazione costituzionale.

Esiste poi il CIPE, che dovrebbe supportare i ministeri e il governo nella politica di programmazione e non viene nemmeno citato. Ci sono poi, visioni perlomeno fantasiose che indicano in uno strumento straordinario da affidare a un super esperto che gestisce le scelte migliori dei circa seicento progetti partoriti dalle amministrazioni periferiche. Ma nessun governo democratico, in nessun Paese del mondo ha mai delegato ad un organismo esterno quelle che sono  scelte fondamentali per lo sviluppo del Paese.

Non commento poi, l’aggettivo imparziale applicato a scelte per centinaia di miliardi perché non esiste imparzialità in un meccanismo di competitività; esistono scelte politiche riferibili a interessi di sviluppo o di assistenzialismo, e queste le può fare solo la politica. L’esempio lampante è lo scontro sul MES e sul ricorso continuo al voto di fiducia.

(Foto: governo.it – licenza CC-BY 3.0)