Uno dei padri della moderna geopolitica, il geografo britannico Sir Halford John Mackinder, in un discorso tenuto il 25 gennaio 1904 presso la Royal Geographical Society affermò: “Chi controlla l’Est Europa comanda l’heartland; chi controlla l’heartland comanda l’isola-mondo; chi controlla l’isola-mondo comanda il mondo”; l’heartland, ovvero l’Eurasia, rappresentava infatti, per Sir Halford, “il perno geografico della storia”[1].

Questo ormai celebre assunto, se applicato agli spazi cosmici, potrebbe risuonare nell’affermazione di un altro accademico, il professor Everett Dolmann, docente di Studi Militari presso l’US Air Force, il quale ha così teorizzato: “Chi controlla le orbite terrestri basse, di fatto controlla lo spazio intorno alla Terra, e chi controlla lo spazio intorno alla Terra controlla il pianeta. Chi controlla il pianeta Terra determina il destino dell’umanità”.

Dopo la fine della “guerra fredda stellare”, sembrava esser stata sancita una sorta di “pax cosmica” tra Stati Uniti, Russia ed Europa, sull’altare della “ISS”, la stazione spaziale internazionale.

Tutta apparenza, dato che in realtà si era appena aperto il campo a nuovi aspiranti conquistatori dello spazio: Giappone, India, Israele, Francia, e persino gli Emirati Arabi ma, soprattutto la Repubblica popolare cinese.

Pochi giorni fa, quando il rover della missione spaziale “Chang’ e- 5” ha raccolto campioni di suolo lunare per conto della Cina, terzo paese al mondo a riuscirvi dopo Urss e Usa, i media nostrani hanno trattato la questione con una certa superficialità e distrazione.

La lunga marcia del celeste impero per il dominio “strategico”[2] dello spazio è partita, a ben vedere, negli anni sessanta, ma il primo risultato eclatante è apparso al mondo solo nel 2003, con il primo “taikonauta”[3] cinese in orbita; poi lo scorso anno con la missione “Chang’e- 4” un rover cinese ha esplorato, per la prima volta, il lato nascosto della luna; infine, quest’anno, la Cina ha messo in orbita 29 satelliti, due in più degli Usa, completando così il dispiegamento del sistema di comunicazione satellitare “Beidu”, serio competitor del GPS statunitense, che include anche un satellite sperimentale per la tecnologia 6G, mentre noi ancora ci stiamo accapigliando sul 5G.

Come se ciò non bastasse, si è inoltre intensificata la cooperazione cinese con la Russia che sta portando ad una strettissima partnership tra i due sistemi satellitari, il già citato Beidu ed il russo GLONASS.

Da notare che quanto appena illustrato si iscrive in un quadro globale di crescente “militarizzazione” dello spazio, tanto è vero che il programma spaziale cinese è gestito direttamente dall’apparato militare e non da agenzie civili, come avviene di solito nei paesi occidentali; inoltre la Repubblica popolare sta puntando molto sull’integrazione tra le tecnologie spaziali e quelle legate all’intelligenza artificiale, altro settore in cui ambisce a diventare leader globale, come testimoniano i notevoli investimenti di questi ultimi anni.

Vedere la bandierina cinese piantata sulla superficie lunare, 51 anni dopo quella a stelle e strisce, dovrebbe diventare, per l’Occidente, il simbolo plastico di una monito: la Repubblica popolare sta costruendo una filiera tecnologica aerospaziale sempre più autonoma.

Le prossime sfide lanciate dalla Cina saranno ancora più ambiziose: una base lunare permanente con personale umano ed una missione su Marte.

L’Occidente è pronto a rispondere?


[1] H. J. Mackinder, “The Geographical Pivot of History” in The Geographical Journal – Vol. 23, No. 4 (Apr., 1904), pp. 421-437, pubblicato da: The Royal Geographical Society (con The Institute of British Geographers)

[2] Nella dottrina militare cinese, il dominio dello spazio è indicato come elemento strategico, quindi di lungo periodo

[3] Si tratta della denominazione cinese di quello che in occidente viene definito “astronauta” ed in Russia “cosmonauta”, poiché in cinese “tai kong” significa “spazio”