Sembra paradossale che in una situazione di grave emergenza sanitaria, economica, sociale, la politica non trovi di meglio che litigare su questioni che in un sistema democratico maturo porterebbero le forze politiche, sociali e intellettuali a stringersi attorno a quel patriottismo costituzionale repubblicano che è salvaguardia dell’interesse nazionale e garanzia di fiducia verso le istituzioni repubblicane. Sembra un paradosso eppure non lo è. Le ragioni sono evidenti anche se si finge di non vederle.

Lo schema di lotta politica maggioritario che si è articolato in destra vs sinistra è incapace di gestire situazioni di emergenza in modo solidale per far prevalere l’interesse generale.  Questo perché in uno schema di questo tipo la conquista del potere è l’obiettivo unico delle forze politiche, e l’opposizione viene vista come il nemico e non come una risorsa, una riserva che può col controllo e la proposta aiutare a superare le emergenze. Cosa che avvenne col sistema proporzionale durante la stagione del terrorismo e dell’emergenza economica, dal 1976 al 1978/79, con la politica di solidarietà nazionale e cosa che avviene in Germania da alcuni anni per esprimere al meglio le potenzialità di quel paese nella situazione di caos che la globalizzazione selvaggia ha imposto a tutti i paesi.

Noi a marzo proponemmo un governo di solidarietà nazionale a guida Mario Draghi perché ci sembrava fosse la risposta più forte per affrontare la crisi e per sanare un clima politico di odio e di intolleranza che avrebbe peggiorato la situazione. Ma quella era una proposta politica non una soluzione tecnica. Renzi ha confessato che la causa della collaborazione anomala di questo governo è stato Salvini. Cioè l’ammissione palese che questo governo è frutto più dell’odio contro Salvini che della elaborazione di un progetto di governo in grado di affrontare le sfide del paese. Quindi, l’ammissione che i ritardi, i rinvii, le politiche del governo sono il frutto di differenziazioni mai sopite tra partiti inconciliabili come PD, IV, LEU e M5S tenuti insieme solo dalla paura di elezioni e della probabile vittoria della destra. Questo è un problema politico non gestibile con politiche di potere e sottopotere. C’è un problema di fondo: e cioè che lo schema destra vs sinistra è inadeguato ad affrontare i problemi del paese perché peggiora la qualità di governo e riduce tutto a sussidi, clientele, assistenzialismo. Può una cultura di governo, presente sia nel governo attuale sia nell’opposizione populista, ricca di queste storture, essere adeguata per affrontare questa emergenza? Non lo è.

Ma allora occorre cambiare il sistema elettorale e ritornare al proporzionale, l’unico sistema compatibile con una repubblica parlamentare. In attesa di ciò, tuttavia, il paese va governato e se non esistono le condizioni politiche per cambiare, almeno, il governo usi tutto quello che la Costituzione e le leggi consentono di fare in situazioni simili. La gestione dei finanziamenti europei esige una capacità di governo che sappia sollecitare tutte le energie del paese. Occorre che siano coinvolte in parlamento le opposizioni, che ci si confronti con le proposte, se ci sono, non solo delle minoranze ma anche delle organizzazioni sociali ed imprenditoriali, del mondo professionale e culturale per giungere a quella progettualità necessaria per dare una svolta di ripresa e di sviluppo al paese.

Non ci possono essere dubbi sulla cabina di regia e su chi sarà responsabile delle scelte di fronte al paese e di fronte all’Europa. In un paese democratico, la cabina di regia è sempre rappresentata dal governo eletto dal Parlamento, che ci piaccia o meno. A me non piace, ma finché questo governo esiste e ha la fiducia del Parlamento, è dovere di ogni repubblicano giudicarlo sulle scelte di merito e di metodo che mette in atto.

Le scorciatoie o le discussioni sulla necessità di tecnici che gestiscano le scelte più adeguate è ricorrente nel paese e anche in casa repubblicana. Bruno Visentini ne parlò varie volte. Una prima volta la enfatizzò nel 1974 quando affermò “il rapporto fra tecnici e politici non può essere in forma permanente un rapporto fra la razionalità e la coerenza da un lato e l’improvisazione e l’incoerenza dall’altro: perché si tratterebbe di un rapporto senza speranza”. E aggiungeva che il politico avveduto può servirsi anche di tecnici ma attenendosi ai vincoli tecnici, non può usare strumenti legislativi o amministrativi inadeguati o promettere cose che non possono essere mantenute. Ne parlò poi durante il tentativo di Ugo La Malfa di formare il governo, cosa che fece irritare moltissimo il nostro maestro che rispose seccamente “questa è l’aristocratica convinzione che i tecnici debbano fare i tecnici e non i politici e che il governo sia affare di politici e non di tecnici” come scrisse Andrea Manzella nel libro “Il tentativo La Malfa” edito dal Mulino.

Visentini cercò di attutire e di spiegare quella posizione, ma in realtà era una sua concezione che riformulò nel 1980 in un consiglio nazionale che trovò dissenziente Giovanni Spadolini. Ancora, la proposta di affidare a tecnici il governo o settori dell’economia e del governo a tecnici fu avanzata da Giorgio La Malfa nel 1992, quando dichiarò l’uscita dal governo con la DC e propose un governo con tecnici di prestigio. Spadolini, allora presidente del Senato, rispose, in un convegno e al di fuori del ruolo istituzionale, al segretario PRI che non condivideva quella posizione di disimpegno, in questo modo: “E’ un’ illusione costante in un periodo in cui si esasperano le polemiche, come il periodo attuale”.  A se stesso ed al suo segretario, Spadolini ricordò la risposta che nel 1978 Ugo La Malfa diede ad Aldo Moro: “Il Pri non ha tecnici prestabili, sotto vari manti, alla politica”. E poi  aggiunse: “Ci sono tanti ministri tecnici eccellenti… e tanti ministri politici migliori di quelli tecnici. L’intuizione politica non si può sottoporre ad esame, è una cosa che trascende, e da questo punto di vista ci sono delle formule che rimangono sempre valide. L’ idea mi ricorda la crisi e il governo Badoglio, durato solo 45 giorni. Badoglio nominò ministri i direttori generali, e voi ricordate che governo era e come negoziò bene anche l’ armistizio con gli alleati”.

Tuttavia, tornando ai giorni nostri il problema è semplice; la cabina di regia non può che essere affidata al capo del governo che stabilisce metodi di confronto con chi ritiene più opportuno, noi suggeriamo un metodo di consultazione con tutti. Esistono poi, i ministeri che sovraintendono le politiche settoriali e il CIPE e altri strumenti che sono di supporto alla politica di programmazione. Quali sono i limiti che si deve imporre la politica? Le scelte di indirizzo e in quali settori investire sono della politica e nel caso dei finanziamenti europei sono di fatto già indicati. Ma anche la scelta di quali progetti, utili alla modernizzazione del paese, se scegliere un progetto o un altro, compete al governo, è una scelta politica come lo è scegliere pochi e qualificati progetti o polverizzare gli investimenti in una miriade di progettini clientelari.

Noi siamo per la prima, evidentemente, ma è una scelta politica. Il limite invece esiste quando la politica poi deve coinvolgere i tecnici dei ministeri (o anche esterni se si ritiene che non esistano le professionalità necessarie), quando si deve fare in modo che i progetti siano esecutivi, nel controllo delle procedure e sulla rendicontazione dello stato di avanzamento dei lavori, perché questa è la condizione che la UE pone per ricevere i finanziamenti. La politica può avvalersi di tecnici capaci, ma non può abdicare al suo ruolo di scelta e di responsabilità verso il paese.