La bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) circolata ad inizio settimana è un cattivo segnale. Al paese segnala uno stato di crisi conclamata nel funzionamento del processo di elaborazione ed esecuzione delle scelte politiche. Ai partner internazionali segnala una totale distonia verso le priorità e gli obiettivi condivisi, e cioè la predisposizione di programmi economici finalizzati alla ricostruzione della capacità produttiva persa con la crisi. Il PNRR si sperava fosse l’opportunità per mettere mano alle riforme strutturali attese da 30 anni con la certezza di avere fondi per finanziare anche gli squilibri che ne dovessero conseguire fino all’entrata a regime. Invece è un documento generico, senza obiettivi e senza parametri di misura, del tutto privo della nozione di ritorno sull’investimento.

Un numero dei progetti sopra 100, troppo elevato incentiva la dispersione delle risorse e induce poca focalizzazione nell’esecuzione. Il PNRR destina 9 miliardi alla sanità, ce ne vorrebbero 45 (ma forse è una scelta tattica per forzare il ricorso alla linea di credito sanitaria del Mes per 36 miliardi?). Destina 60 miliardi alla rivoluzione verde, senza una prospettiva creazione di posti di lavoro. Destina 3 miliardi al turismo, mentre la Germania 30. Le politiche attive del lavoro sono di fatto inesistenti. Di più, paventa l’utilizzo dei fondi del programma in modo surrettizio per rifinanziare programmi ordinari esistenti come industria 4.0 e di conseguenza continuare ad oltranza la politica dei bonus e degli incentivi fiscali.

La governance è incomprensibile; espropria organi costituzionali delle proprie funzioni per delegarle ad una task force, dai costi e dai meccanismi di designazione indeterminati.

Proprio stamane, intervenendo al Rome Investment Forum 2020, il membro italiano nel comitato esecutivo della BCE Fabio Panetta ha dichiarato che il Ngue Fund provocherà effetti positivi complessivi sul Pil reale italiano del +3,5%. Prendendo come base il Pil reale del 2019 (1.787,7 miliardi), il guadagno sarebbe di circa 62 miliardi. A fronte di un investimento di 209 miliardi. 147 miliardi di risorse sprecate non sembrano un grande affare.

Nell’accondiscendenza delle forze politiche della coalizione, la sola Italia Viva ha preso una posizione politica forte, chiedendo collegialità nella stesura e responsabilità nella gestione.

Ettore Rosato ha risposto alle domande de La Voce Repubblicana.

Secondo Lei, è accettabile che risorse europee pari a 200 mld vengano allocate dal Presidente del Consiglio senza un confronto politico con le forze della coalizione di governo? Una gestione asseritamente monocratica non può creare tensioni nella maggioranza?

IV ha denunciato un metodo inaccettabile. Il fatto che il PCM abbia circolato alle 2 AM di domenica un piano di allocazione dei fondi e un sistema di governance del Recovery Fund da approvare alle 9 AM di lunedi. Questo atteggiamento, che già commissaria la politica e la pubblica amministrazione, è aggravato da un piano di riparto di cui non si conoscono i dettagli. In questo momento, le altre forze della coalizione sono passive lasciando che la battaglia sulla collegialità la conduca IV. Detto questo, IV non cerca la crisi di governo, ma il recupero di responsabilità ed efficienza nella conduzione del governo.

Lei ritiene necessario, o prudente, un confronto anche con le forze sindacali e imprenditoriali per valutare gli input dei segmenti produttivi del paese?

Necessario. Siamo invasi da task force e consulenti, ma il PCM non ha saputo coinvolgere le associazioni imprenditoriali, le associazioni sindacali e le associazioni professionali, ignorando i rappresentanti delle parti produttive del paese. In aggiunta, è necessario coinvolgere le opposizioni: con 15 regioni governate dal centrodestra è assurdo pensare di essere autosufficienti.

Posto che esistono  i ministeri che sovraintendono le politiche settoriali, il CIPE, e altri strumenti che sono di supporto alla politica di programmazione, quale può essere secondo Lei il ruolo dell’ennesima task force nominanda da Palazzo Chigi?

Questa ennesima task force serve solo a commissariare la politica e la pubblica amministrazione. Se servono strutture tecniche di supporto, nessun problema a nominarle, ma solo dopo che le scelte politiche sono state effettuate e le responsabilità delle pubbliche amministrazioni definite su ogni singolo progetto.

Passando al merito, Draghi ha ragione: il debito accumulato in risposta alla pandemia deve essere debito “buono”, cioè investibile in meccanismi di sviluppo. Nella bozza del PNRR appaiono pochi investimenti realmente produttivi e molti fondi per così dire “valoriali”, ad esempio 18 mld per la parità di genere, il doppio di quanto stanziato per la sanità (9 mld), mentre progetti ordinari (industria 4.0) diventano straordinari, correndo il rischio di continuare a finanziare la politica dei bonus. Il confronto con gli altri stakeholders potrebbe favorire le necessarie correzioni?

Più che correggere la rotta, occorre scrivere un recovery plan condiviso. Sul merito c’è molto da eccepire. Il 13% del PIL italiano è indotto del turismo, è singolare che solo l’1,3% (3 mld) dei fondi sia allocato al turismo. Così come è singolare che solo 9 mld vengano allocati alla sanità quando la crisi pandemica ha evidenziato il persistere e perdurare di criticità. Potrei continuare, ma il messaggio è: il recovery plan lo dobbiamo ancora scrivere.

Articolo precedenteIl vuoto fuori e dentro il governo Conte
Articolo successivoPechino-Washington nella trappola di Tucidide
Avvocato, manager e giornalista. Allievo del 198° corso alla Scuola Militare Nunziatella, ha conseguito la laurea all'Università di Roma Luiss, il Master of Laws alla New York University e il Juris Doctor alla Columbia University di New York. E’ Avvocato; Solicitor (England & Wales); Attorney at Law (New York); e appartiene all’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Ha esercitato la libera professione in USA (Sullivan & Cromwell) e assunto ruoli manageriali in UK (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo; BlackRock). Ha pubblicato "L’altra Brexit" (Milano Finanza, 2018); è editorialista Brexit per il quotidiano finanziario Milano Finanza; opinionista geopolitico per il canale televisivo finanziario Cnbc. Direttore responsabile della Voce Repubblicana.