Trovo al tempo stesso surreale e deprimente che l’attuale maggioranza di governo (con il partito di maggioranza relativa in parlamento divenuto minoranza politica nel Paese reale) da sei mesi affidi le sorti e il futuro dell’Italia all’aspettativa, miracolistica e “risolutiva” al tempo stesso, delle risorse finanziarie del programma Next Generation UE, e al corollario del MES “sanitario”. Quest’ultimo, peraltro, è stato, non a caso, proposto dalla frugale Olanda – non dimentichiamolo – anche a sostegno della sua multinazionale Philips, che è, di fatto, il campione industriale europeo della diagnostica per immagini.

Nel 2019 la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito per circa 55 miliardi per effetto dei tassi zero praticati dalla BCE, è stata di oltre 550 miliardi. Che la settima potenza industriale del Pianeta discetti, sinora a vuoto, di un flusso di 209 miliardi spalmati su 3-4 anni (cioè in media 55 miliardi all’anno, tra contributi e prestiti, comunque da rimborsare alla Commissione che principalmente si indebiterà sul mercato attraverso l’emissione di obbligazioni a lunga scadenza) è surreale in termini di livello e, soprattutto, di qualità della nostra spesa pubblica passata, presente e, temo, futura. L’esperienza di Carlo Cottarelli sulla spending review è stata rivelatrice: l’ex manager del FMI aveva presentato un piano di tagli alla spesa pubblica; è finita che hanno tagliato Cottarelli.

Significativamente, con un’intervista al Corriere della Sera Mario Draghi è tornato a farsi sentire. L’ex Presidente della BCE ha lanciato un ammonimento circa la prospettiva che l’illiquidità delle imprese precipiti nell’insolvenza. Tra le righe del suo intervento, Draghi ribadisce quanto scritto nel rapporto preliminare sugli effetti della pandemia da Covid-19 realizzato con il think-tank internazionale G30, da dove si evince che è necessario sostenere le imprese in temporanea crisi di liquidità, ma non bruciare risorse in aziende decotte (insolventi) precipitando nella ricorrente ricetta Alitalia. Presentando il rapporto, Draghi aveva detto “il problema è peggiore di quel che appare perché il massiccio aiuto in termini di liquidità, e la vera e propria confusione causata dalla natura senza precedenti di questa crisi che stiamo vivendo, ne stanno mascherando le vere dimensioni”.

In merito a come investire i 209 miliardi di euro del Recovery Fund, Draghi ha sottolineato che è importante valutare se un progetto “supera certi test che riguardano il suo tasso di rendimento sociale, come anche nell’istruzione o nel cambiamento climatico”, oppure “se è semplicemente il frutto di una convenienza politica e di clientelismo”.  Le parole di Draghi sono forse anche un programma da leader politico in pectore contro gli interventi assistenziali a pioggia ed in favore di una strategia di crescita basata su quella collaborazione tra finanza pubblica e privata che l’orizzonte economico post-pandemia impone ormai su scala globale.

L’incapacità di indirizzare risorse sugli investimenti per rafforzare la base industriale del Paese e per le infrastrutture è ormai cronica da circa 30 anni. Senza parlare dell’elefantiasi burocratica e sui labirinti della giustizia civile ed amministrativa. Il regionalismo senza responsabilità completa il quadro di un sistema inefficiente.

Deprimente è infine lo spettacolo della patetica dipendenza dalla benevolenza della Germania e dalla collaborazione interessata della Francia. A settembre Angela Merkel lascerà la Cancelleria, 8 mesi più tardi Emmanuel Macron cercherà una problematica rielezione all’Eliseo.

Il divario tra l’Europa del Nord e quella del Sud potrebbe per allora diventare ingovernabile per effetto delle note, radicate asimmetrie. L’Unione europea, e soprattutto l’Unione monetaria, tra 18 mesi potrebbero dover affrontare una sfida esistenziale.