Joe Biden sarà il 46° Presidente degli Stati Uniti d’America. Lo hanno decretato i 538 grandi elettori nella votazione del 14 dicembre, mettendo presumibilmente fine ad ogni rivendicazione avanzata dall’amministrazione Trump.

Biden aveva iniziato a comporre la sua squadra già prima di tale data, consapevole che a vincere, o a perdere, è sempre la squadra. L’attenzione è soprattutto rivolta alle relazioni con la Cina, oggetto di attacchi continui da parte di Trump. Le attese sono elevate ed indirizzate quasi esclusivamente verso un cambio di direzione rispetto alla politica americana degli ultimi quattro anni. Si tratta di una visione superficiale, destinata a essere smentita dai fatti. Vediamo perché.

Biden ha nominato Katherine Tai Rappresentante USA per il Commercio. Avvocato quarantacinquenne di origine taiwanese, Tai è attualmente capo consulente commerciale della Commissione Ways and Means (Fisco e Bilancio) della Camera. Parla perfettamente il mandarino, ha insegnato alla Zhongshan University di Guangzhou, la megalopoli industriale nella regione meridionale del Guandong. Il suo curriculum professionale è degno di nota: si è fatta le ossa tra il 2007 e il 2014 in una serie di cause contro la Cina, intentate da Washington alla WTO (World Trade Organization), è stata una figura chiave nei negoziati tra repubblicani e democratici sul rinnovato accordo di libero scambi nord-americano (USMCA – United States Mexico Canada Agreement), approvato con una maggioranza schiacciante sia alla Camera che al Senato e firmato da Trump ad inizio 2020. Alla sua riservatezza quasi monacale (non ha profili social) si associa una visione durissima verso la Cina. Ha pubblicamente definito “difensiva” la strategia commerciale di Trump con Pechino, auspicandone una diversa, “più aggressiva”.

In Cina, la sua nomina è stata accolta come un segnale tutt’altro che favorevole. Wu Xinbo, direttore del dipartimento di studi americani alla Fudan University ha dichiarato al quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post: “Tai è addestrata ad esercitare pressione ad ogni livello sulla Cina, come ha dimostrato nelle cause alla WTO. A differenza di Trump, arruolerà gli alleati per creare una coalizione contro la Cina”.

Per comprendere la Cina di oggi e quella dei prossimi anni, plasmata dal piano quinquennale approvato dal Comitato Centrale, bisogna conoscere il suo leader. Xi Jinping. Ne sappiamo così poco: la maggioranza di noi fatica a distinguere il suo nome dal cognome, come dice Gennaro Sangiuliano in “Il nuovo Mao”, testo biografico che non esita ad affermare che Xi è l’uomo più potente della Terra. Ha superato perfino Mao, raccogliendo nella sua figura le tre cariche di maggiore rilievo dell’Impero di mezzo: Presidente della Repubblica Popolare, Segretario del Partito Comunista e Capo della Commissione militare centrale. Appartenente ad una famiglia di rango elevato (il padre Xi Zhongxun era un fidato collaboratore di Mao), a poco più di nove anni Jinping si trova a vivere appieno l’incubo della rivoluzione culturale. A seguito dell’arresto del padre, in una delle tante epurazioni perpetrate da Mao per liberarsi anche dei suoi amici più fidati, Jinping viene portato in un campo di rieducazione, dove vive in una grotta, spalando sterco e scattando davanti alle richieste del caposquadra. Anziché abbattersi sotto i colpi degli abusi, come accade alla sorellastra che finisce per suicidarsi, Jinping si cala nella giungla, riemergendone con una forza d’acciaio. Nei pochi discorsi riguardo alla sua infanzia, Xi adulto ha detto che “aveva deciso di sopravvivere diventando più rosso dei rossi”. Dopo il suo ingresso nel Partito Comunista, ne scala tutti i gradini, fino alla conquista della vetta, con una sicurezza di sé che lo studioso della Cina Andrew Nathan non teme di definire napoleonica.

Il piano di Xi è chiarissimo: portare la Cina agli antichi splendori, far vivere al popolo cinese il riscatto dalle ingiustizie subite dall’Occidente con le Guerre dell’oppio nel XIX secolo e all’umiliazione conseguente alla rivolta dei Boxer del 1900. Come? Rendendo Pechino non solo la principale potenza commerciale del pianeta, bensì anche facendole assumere la leadership tecnologica. Da qui la massima attenzione, in termini di investimenti, nell’IA, nei Big data, nel machine learning. Senza alcun limite. Pechino va sulla Luna e progetta lo sbarco su Marte per superare Washington sulla Terra, consapevole che lo Spazio è il vero campo di battaglia per il controllo dei sistemi logistici e degli apparati militari. Trump lo ha capito: da qui la sua battaglia contro Pechino, concentratasi sempre di più verso i colossi della tecnologia cinese. Huawei, per Washington, non può controllare il 5G globale, pena la perdita di sovranità sistemica sui dati, a vantaggio di Pechino.

Il confronto è sulla leadership globale, che prescinde dall’inquilino alla Casa Bianca. Tutto ciò porta le due super potenze verso uno scontro ineluttabile, come quasi sempre accaduto nella Storia quando una potenza dominante vede la sua egemonia messa in discussione da una nuova potenza emergente.

E’ la Trappola di Tucidide, lo storico dell’antica Grecia che per primo identificò tale meccanismo, descrivendo la guerra che duemilacinquecento anni fa devastò le principali polis greche: “La crescita della potenza ateniese e il timore che ormai incuteva agli spartani resero inevitabile il conflitto”. Sapranno l’America di Biden e la Cina di Xi evitare di cadere nella Trappola di Tucidide? Speriamo. Anche se il presagio di Napoleone due secoli fa non promette bene: “Lasciate dormire la Cina, perché al suo risveglio il mondo tremerà”.