Luciano Violante su la Repubblica del 9 dicembre ha scritto un articolo dal titolo “Sinistra e giustizia sociale”. Le sue riflessioni meritano una risposta storico-politica. La prima è che la risposta di cui ha bisogno la sinistra non è quella teorica ma la prassi. Dice Violante ”se una parte consistente del popolo di sinistra vota a destra, se la sinistra ha più consensi nei posti agiati che nelle periferie disagiate, se non si è fatto per i disagiati ciò che si poteva fare non c’entra la teoria e se c’entrasse sarebbe anche più grave perché vorrebbe dire che la sinistra ha smarrito la ragione per cui sta al mondo.” Aggiunge poi, che esistono anche questioni di portata teorica e dice che per svecchiare il dibattito si può guardare i problemi da un altro punto di vista.

Il campo della democrazia prima che tra sinistra e destra, si divide tra repubblicani e liberali – dice Violante. ”Il repubblicanesimo ha una tradizione antica che nasce dalla critica al potere assoluto. Nella concezione repubblicana il cittadino partecipa alla vita della comunità, la res publica. Questa partecipazione per essere virtuosa deve essere strettamente legata all’adempimento di precisi doveri civici, alla solidarietà, deve coniugare uguaglianza e merito, regolare il conflitto politico, fare della Repubblica la leva per il progresso civile di tutti. Quindi, conclude Violante, il repubblicanesimo è una concezione che sta prevalentemente a sinistra ben lontano dal conservatorismo dei repubblicani Americani.” Poi, mette in evidenza le caratteristiche più conservatrici del liberalismo e la concezione di non interferenza del liberalismo che lui colloca a destra.  E conclude: “Se le cose stanno così non sarebbe utile dare un grande partito repubblicano all’Italia? Non il partito repubblicano di Ugo La Malfa che era una nobile forza elitaria di centro ma un un partito popolare, che si ispiri ai valori della Cosa pubblica, per rinvigorire i grandi valori democratici della Costituzione, ricostruire il senso dei doveri civili e della giustizia sociale, l’orgoglio dell’appartenenza nazionale. Il significato del nostro stare nell’Unione europea.”

Questa lunga premessa dove ho riportato il pensiero di Violante perché sia chiaro il termine di ciò che vogliamo discutere. Che la sinistra abbia il problema di riconsiderare il suo stato è sicuramente problema che merita attenzione, come la destra del resto, perché entrambe all’indomani della Repubblica e della sua Costituzione hanno assunto ruoli che nulla avevano a che fare sia con la Repubblica sia con il confronto democratico che ne consegue.

La DC ereditò il blocco corporativo fascista e il PCI vi oppose la concezione di classe, della dittatura o egemonia del proletariato, che nulla avevano a che fare con la tradizione repubblicana e risorgimentale. Se la Repubblica è un patto sociale con regole condivise, la cultura di governo per costruire il patto sociale non può essere né il corporativismo assistenziale né il rivendicazionismo massimalista, classista della sinistra comunista e socialista. E in una Repubblica democratica, sia chi governa sia chi sta all’opposizione ha il dovere di perseguire l’interesse generale non lanciare una sfida per la conquista del potere. Cosa che è avvenuta prima fra PCI e DC, aumentando le promesse, i sussidi e le assistenze in una gara a spogliare le risorse pubbliche. Il PRI di Mazzini, di Ugo La Malfa e di oggi, non hanno mai avuto e cercato la rappresentanza delle classi elitarie, ma perseguivano e perseguono un modello di paese democratico dove gli interessi del singolo vengono recepiti e risolti nel patto sociale, nella politica di programmazione, e nella politica dei redditi.

Togliatti riconosceva nel PRI un piccolo partito di massa perché ne facevano e ne fanno parte operai, braccianti, imprenditori medi e piccoli, professionisti, intellettuali del mondo culturale ed artistico che hanno a cuore un sistema democratico, unito e solidale governato da leggi e da uno stato di diritto che tutela tutti, e che ha una cultura di governo moderna che coinvolge tutti.

Quella politica faceva un confronto coi soggetti economici e sociali sugli obiettivi di interesse generale, e poi il governo si assumeva la responsabilità verso il paese, fatto di cittadini liberi e virtuosi, ordinandoli secondo uno schema di riequilibrio territoriale e sociale. Cioè una politica tipica delle società democratiche che caratterizzava tutto l’occidente. Quella politica fu contrastata dalla destra corporativa e dalla Confindustria, come dalla CGIL, perché nella politica di contrapposizione e dalla politica di assistenzialismo si alimentava uno scontro ideologico e politico funzionale al bipolarismo. Quando poi, si passò al sistema maggioritario in nome della governabilità, si rese strutturale il difetto che colpiva maggiormente il concetto di Repubblica come patto sociale con regole condivise, ma si colpirono altre due caratteristiche della Costituzione: e cioè il pluralismo della rappresentanza e si rese meno influente il ruolo del Parlamento e della politica.

La cultura di governo dell’interesse generale e il ruolo di sintesi politica del Parlamento diventarono la lotta per il potere  e si introdusse la concezione, la balla che il popolo eleggesse direttamente il governo e non il parlamento. Questo giustificava tutto, odio, violenza, denigrazione dell’avversario, tutto diventava divisivo in un concetto alternativo destra-sinistra che spaccava il paese in due parti e che non avrebbe mai sanato gli squilibri territoriali e sociali del paese, ma li avrebbe accentuati. Cioè quello spirito costituzionale repubblicano che è prima di tutto amore per la Repubblica, per i suoi valori, per i doveri verso l’interesse generale, solidarietà e giustizia sociale vengono annullati dal sistema maggioritario che insegue solo una logica, come dice Robert Dahl, quella di un voto in più per tagliare il traguardo della conquista del potere.

I Partiti non rispondono più ai criteri e alle funzioni previste dalla Costituzione ma sono comitati elettorali che si assomigliano nell’inseguire il voto delle corporazioni più forti. Che governi destra o sinistra non cambia di molto la condizione di fondo del meccanismo di sviluppo del paese, sempre più spontaneo, iniquo e diviso.

Violante ripropone questo schema destra-sinistra che è antistorico nei paesi democratici perché in questi sistemi il confronto è sempre più fra liberalismo e repubblicanesimo. In Italia è fra populisti di sinistra e populisti di destra dove la ricchezza prodotta dal sistema capitalistico è sempre più dissipata da politiche assistenziali e corporative e dove in parte si pensa di poter ritornare allo stato imprenditore, fallimentare in tutto il mondo tranne in Cina dove però c’è un dominio assoluto e non certo un regime democratico.

Dal punto di vista della cultura politica, l’unica che può rinnovare e dare linfa politica al sistema democratico, si è passati, tranne per il PRI che mantiene inalterato il suo patrimonio di valori, dai partiti ideologici che rispondevano a dogmi, ad un pragmatismo privo di valori etici e morali che sfocia nella praticità e nel populismo più demagogico. Occorre un grande partito Repubblicano? Certo, ma esso non può essere il frutto del maquillage continuo che ha fatto la sinistra o del leaderismo della destra. Esso deve essere il frutto della consapevolezza dei cittadini, del senso del dovere verso l’interesse generale e il bene comune, della difesa della Costituzione e del suo ammodernamento, nelle autonomie ed organizzazione dello stato, di un metodo di confronto fra partiti eletti con sistema proporzionale sul modello di paese che si vuole perseguire e che ritrovi in Parlamento il senso di un impegno comune. Che abbia l’orgoglio nazionale inteso come patriottismo costituzionale repubblicano che considera la patria ogni paese in cui esiste la democrazia e con cui si può essere alleati, che faccia dell’educazione civica la materia educativa fondamentale della istruzione. La scuola e la ricerca come primi obiettivi di sviluppo e di progresso del paese. Che ponga come prioritari gli obiettivi di socialità, sanità e welfare legati alla capacità di investire nell’ammodernamento infrastrutturale e di salvaguardia ambientale del paese.

Le fiale di ricostituente alla sinistra, se non riflette su queste cose, sarebbero un inutile esercizio al servizio di concezioni vecchie, come il tentativo di fondere le culture riformiste nel PD e farne un pensiero unico e forte. Il pensiero meticciato ha inaridito la pianta al punto tale da farla assomigliare a un partito di potere conservatore, ed ecco perché viene votato nei quartieri alti e abbandonato nelle periferie. Un dibattito su repubblicanesimo e liberalismo lo si può fare, ma adesso mettere in luce le differenze ideologiche serve poco, i veri mostri nemici della Repubblica sono questa sinistra e questa destra populiste. Occorre creare un grande fronte repubblicano, liberaldemocratico autonomo da destra e sinistra e renderlo determinante nella crescita culturale e nel coltivare lo spirito della Repubblica nata dalla resistenza e che si collega alla storia risorgimentale del paese.