Esiste un popolo che ha vissuto nascosto per millenni sulle montagne irachene, il cui versante meridionale si affaccia sulla piana di Ninive, in Mesopotamia: sono gli yazidi, il popolo dimenticato.

Un giorno d’estate nel 2014, loro malgrado, hanno fatto irruzione nella storia, nel momento in cui i tagliagole dell’Isis li hanno assaliti nella loro roccaforte, il monte Sinjar.

Sono una minoranza di etnia curda che conta circa 500.000 individui, sparsi soprattutto tra l’Iraq e la Siria e meno diffusamente in Iran, Turchia e nel Caucaso

Qual era la colpa di questo popolo secondo il Daesh? La loro religione, ovviamente, che attinge a diverse sorgenti: lo zoroastrismo, originario dell’antico regno persiano; l’islam moderato nella versione sufi; il misterioso culto mitraico e, in piccola parte, il cristianesimo gnostico.

Tutto ciò era intollerabile e meritevole di persecuzione per gli assassini neri dello Stato islamico.

Gli yazidi, ai loro occhi, ottenebrati dal cieco fanatismo islamico, si erano macchiati di eresia e, in quanto impuri ed adoratori del demonio, andavano sterminati, senza pietà.

Fu così che nell’agosto del 2014 le truppe dell’Isis lanciarono l’assalto ai villaggi yazidi, al confine tra Iraq e Siria, dando inizio alla mattanza: nei giorni e nelle settimane che seguirono, più di 3.000 donne e uomini furono trucidati e circa 7.000, in maggioranza donne, vennero rapite dall’esercito del califfato.

Una delle sopravvissute, Nadia Murad, da allora in prima linea nella difesa dei diritti umani ed in particolare delle vittime dei genocidi, fu insignita del Premio Nobel per la pace nel 2018: ha sempre invocato giustizia e mai vendetta.

Nel giugno del 2019, intervenendo in audizione alla “Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani” presso il Senato della Repubblica, la Murad sottolineò come l’intento dello Stato islamico fosse quello di cancellare fisicamente dalla faccia della terra il popolo yazida.

In quella circostanza la senatrice Emma Bonino le chiese se fosse stato aperto un procedimento davanti alla Corte penale internazionale ma si sentì rispondere dalla Murad che l’Iraq non aveva ancora sottoscritto il Trattato istitutivo della Corte, e lei stessa aveva chiesto più volte il supporto della diplomazia internazionale, europea in particolare, per portare avanti questa battaglia.

Ma qualche piccolo segnale comincia ad intravedersi: il 24 aprile scorso, per la prima volta, in Germania, presso l’Alta Corte di Francoforte, si è svolto un processo contro un iracheno accusato di genocidio e crimini contro l’umanità per aver preso parte, in quanto membro dello Stato islamico, allo sterminio del popolo yazida.

E’ solo il primo passo di un lungo cammino che dovrà portare, un giorno, al pieno riconoscimento dei crimini commessi dal c.d. califfato islamico sia in terra irachena che siriana.

Quel giorno, forse, Nadia Murad avrà un frammento della giustizia che le spetta.