Qualunque riflessione sul caso Regeni non può non partire da una ferma condanna del comportamento del governo egiziano che rifiuta perfino di procedere all’apertura di una seria inchiesta giudiziaria a fronte dell’evidente coinvolgimento di uomini dei servizi di Stato.

Questa condanna deve accompagnarsi a una riflessione sulle caratteristiche dello Stato egiziano perché solo così si può comprendere la posizione attuale dell’Egitto sul caso Regeni. La storia recente dell’Egitto è stata segnata dallo scontro tra una componente che si può definire “laica”, rappresentata dagli alti gradi dell’esercito, e la Fratellanza musulmana, fondata al Cairo nel 1928 con un programma di unificazione del mondo islamico sulla base del più rigido integralismo.

L’ultima fase di questo scontro è segnata dal duello tra Mohammed Morsi, che vinse le elezioni del 2012 sostenuto dalla Fratellanza musulmana, e l’attuale capo dello Stato, il generale al-Sisi, salito al potere l’anno successivo con un ennesimo colpo di Stato militare. Se questo scontro caratterizza la storia moderna dell’Egitto non ci si può stupire che nel paese sia assente sia la democrazia che il rispetto dei diritti umani fondamentali: l’assassinio di Giulio Regeni si inserisce in questo quadro.

A partire da questa realtà nasce la necessità di un approfondimento che finora è in gran parte mancato. Tutto il movimento costruito in Italia per invocare la verità sul caso Regeni ha avuto il limite di essersi mosso in maniera unilaterale, senza cercare di mettere in luce gli obiettivi della sua missione. Solo da pochi giorni la Procura della Repubblica di Roma ha iniziato a gettare un po’ di luce sulla vicenda, mettendo in evidenza il ruolo della professoressa dell’Università di Cambridge Naha Nahfouz Abdelrahman, responsabile della presenza in Egitto del giovane ricercatore italiano. La Procura ha messo in evidenza le menzogne della versione della docente sulla missione affidata a Regeni. Da qui dovrebbe partire un’inchiesta seria che chiarisca le responsabilità dei servizi egiziani ma anche quelle di chi ha incaricato Regeni di una missione i cui contenuti sono ancora oscuri. Inviare un giovane ricercatore in un Paese dove mancano democrazia e rispetto dei diritti umani con compiti in contrasto con il quadro politico egiziano significa assumersi una parte rilevante di responsabilità della sua morte. E’ tale assenza di approfondimento delle ragioni che hanno portato Regeni in Egitto che ha caratterizzato le tante iniziative che da anni sono state prese in Italia per chiedere l’accertamento della verità. Ma la verità per essere tale deve essere completa: accertare le responsabilità egiziane, ma anche quelle dell’Università di Cambridge.

In questo quadro si inserisce l’iniziativa di Corrado Augias di restituire la Legion d’Onore che la Francia gli aveva attribuito per meriti culturali dopo che il presidente francese Macron ha concesso l’analoga onorificenza al generale al-Sisi, in visita di Stato a Parigi, iniziativa imitata da altri personaggi del mondo della politica e della cultura, come Sergio Cofferati, Giovanna Melandri, Luciana Castellina. Ma questo beau geste si basa su un equivoco abbastanza grossolano: le onorificenze concesse per veri o presunti meriti culturali non hanno niente in comune con quella data ad al-Sisi che fa parte della consuetudine di fare omaggio a un Capo di Stato in visita ufficiale di una onorificenza del Paese che lo ospita. Una consuetudine che non ha alcun significato politico.

Caso mai ci sarebbe da riflettere sulla politica di amicizia seguita dalla Francia nei confronti dei Paesi arabi, e in particolare dell’Egitto, molto spesso in funzione antisraeliana. Ma qui si entra nel merito di un giudizio sulla politica di Macron, che da un lato è l’unico leader europeo che si batte con decisione per la difesa della laicità e dei valori delle Repubblica e contro il separatismo islamico, e dall’altra prosegue la tradizionale politica francese caratterizzata da un forte nazionalismo e da un tiepido europeismo. Di questo meriterebbe parlare, più che dei gesti di anime belle che altrimenti non hanno altri modi per far parlare di sé.

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Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).