La risposta dell’Unione Europea alla crisi economica da covid19.

Da tempo si parla – spesso a sproposito – arrivano 209 miliardi!! e si scrive, con molte imprecisioni, sugli strumenti finanziari. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, con la consapevolezza che ci inoltriamo in una selva “oscura” di acronimi e di anglicismi, non facili da dipanare. Proviamoci, ma vi avverto: non sarà facile seguire questo panegirico di parole e acronimi, proviamoci lo stesso.

L’Unione Europea ha risposto più in fretta del solito alla crisi economica dovuta alla pandemia di coronavirus, ma lo ha fatto con la solita sequenza di acronimi astrusi che dietro di sé portano milioni di euro per i cittadini e i governi europei, ma sono masticati male e digeriti peggio dalle bocche di giornalisti e politici. PEPP, MES, SURE, BEI, Recovery Fund, Recovery “found”…(sic!), Next Generation EU, Recovery Plan.

Facciamo ordine: prima è arrivato il PEEP, il programma di acquisto titoli della Banca Centrale Europea, che durerà almeno fino a giugno 2021 ed è già stato praticamente raddoppiato, siamo arrivati ad oggi a 1850 miliardi. Poi è stata attivata la linea di credito speciale del Mes affiancata dai prestiti del fondo SURE e della BEI, la Banca Europea per gli Investimenti.

Infine il 21 luglio scorso, il Consiglio Europeo (l’organo che raduna tutti i capi di stato dell’UE) ha approvato il Next Generation EU, il piano di aiuti da 750 miliardi di euro.

Come saranno finanziati?

Attraverso debito comune, raccolto sui mercati attraverso titoli europei: in altre parole, un’espansione del bilancio europeo. Il Recovery Fund di cui parlano da mesi tutti i giornali? Non esiste. In realtà, quello che chiamiamo Recovery Fund (o “found” per i meno anglofili) non è che una parte di un progetto più grande: il Next Generation EU, i cui contenuti sono ben definiti, ma che non esiste ancora come strumento giuridico che si farà prestare i soldi dai mercati per poi distribuirli agli stati membri.

Cerchiamo di andare più in profondità con l’analisi degli strumenti.

Per procedere ad un’analisi più approfondita è utile guardare dentro i “trattati europei” e mai fidarsi delle dichiarazioni “benevoli” di Bruxelles, e ancor meno di alcuni giornali che rilanciano le dichiarazioni come fossero parole della bibbia. Procediamo.

Cos’è il Recovery Fund?

Il Recovery Fund nasce da una vecchia proposta francese elaborata con lo scopo di emettere i Recovery Bond, con garanzia nel bilancio UE. Il tutto condividendo il rischio ma solo guardando al futuro, senza una vera mutualizzazione del debito passato. Al centro della questione, dunque, sempre titoli di debito, ma con questa “leggera” differenza. Il finanziamento del fondo è stato progettato attraverso la raccolta di liquidità data dall’emissione dei Recovery Bond. Per dirla con le stesse parole di Conte, a chi si chiede cos’è il Recovery Fund potremmo rispondere definendolo:“Un fondo per la ripresa con titoli comuni europei per finanziare la ripresa di tutti i Paesi più colpiti, tra cui l’Italia”.

Il Recovery Fund (o Next Generation EU) non è altro che una “garanzia europea” su prestiti da contrarre sul mercati, con una modesta riduzione della spesa per interessi ma con delle “condizionalità” decise dalla Commissione Europea (come usarli, per quali investimenti, con quali tempi, ecc), e poiché parliamo di soldi pubblici – contributi versati dallo Stato – ossia di risorse raccolte con la fiscalità generale, le cui storture sono note da decenni, come per esempio l’evasione fiscale, ebbene, questi soldi dovrebbero essere spesi secondo le necessità dei cittadini contribuenti e non secondo i voleri di prezzolati burocrati della UE.

Quindi saranno la gran parte dei cittadini italiani che pagheranno, venendo alleggeriti di buona parte dei loro non eccelsi redditi. Mentre da tv e giornali veniamo tempestati col messaggio seriale le centinaia di miliardi che ci mette a disposizione l’Europa“….

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si dovrebbe ricordare che l’Italia, terzo contribuente netto della UE, versa al bilancio europeo più di quanto riceve.

L’interessante proposta di Daniel Gros.

Daniel Gros (un economista tedesco che attualmente ricopre il ruolo di direttore del Center for European Policy Studies, un think tank europeo) in una intervista dell’otto aprile 2020, ipotizzava per il nostro paese “trasferimenti diretti dall’Unione Europea sotto forma di un temporaneo stop ai contributi dovuti a Bruxelles. Si tratterebbe, con una decisione che durerebbe 7 anni, di sospendere i trasferimenti all’Ue, che per l’Italia ogni anno sono pari a 15 miliardi. In sette anni sarebbero 105 miliardi di risparmi”.

In questo caso, Gros si riferisce ai versamenti (trasferimenti) italiani al bilancio Ue. In realtà i risparmi, sarebbero “solo” sui circa 35 miliardi di saldo negativo versamenti/accrediti tra Italia e UE. Comunque sarebbe un risparmio.

Sulla scia di questa proposta, converrebbe rinunciare ai Fondi UE, sia quelli ordinari, sia quelli del Next Generation EU, e, non contribuire al bilancio europeo per i prossimi sette anni.

La relazione della Corte dei Conti

Per capire meglio, vediamo concretamente l’ultima relazione disponibile della Corte dei Conti sui rapporti finanziari con l’UE e l’utilizzazione dei Fondi europei: nel settennio 2012-2018 l’Italia ha versato al bilancio UE 112,85 miliardi e ha “ricevuto” 76,49 miliardi.

Secondo la Corte, il saldo netto versamenti/accrediti tra Italia e UE è “negativo per 36,3 miliardi. In tale periodo, l’Italia ha perciò contribuito alle finanze dell’Europa con un saldo medio di 5,2 miliardi l’anno”. Tenete a mente i 36,3 miliardi.

Sulla base di questi dati della Corte dei Conti, se nel 2012-2018 avessimo rinunciato ai sussidi UE, a patto di non dover versare il nostro contributo al bilancio UE, avremmo avuto 112,85 miliardi da spendere senza attendere le approvazioni della Commissione Europea.

La programmazione settennale del Bilancio UE 2021/2027. Previsioni.

La programmazione del bilancio UE è settennale: sta finendo il ciclo 2014-2020 e sta per iniziare il ciclo 2021-2027. Seguendo l’ipotesi di Daniel Gros vediamo cosa si prevede per il settennio 2021-2027.

I leader UE hanno raggiunto un accordo nel vertice del 21-22 luglio 2020 che prevede due canali finanziari: 1) il QFP (Quadro Finanziario Poliennale) 2021-2027 pari a 1074,3 miliardi; 2) il programma Next Generation EU, pari a 750 miliardi, di cui 390 miliardi per sovvenzioni e 360 miliardi per prestiti.

In tutto 1.824,3 miliardi. Nel primo canale finanziario, il Quadro finanziario pluriennale,QFP, secondo l’informativa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla Camera dei deputati del 22 luglio 2020, il saldo italiano resterebbe negativo: meno 2,9 miliardi in media all’anno; nel settennio 2021-2027 il saldo cumulato è negativo, meno 20,3 miliardi (2,9 × 7). Questo per il primo canale finanziario.

Purtroppo anche per Next Generation EU il saldo è negativo.

Il NGEU è suddiviso per singolo programma.

Il Dispositivo per la ripresa e la resilienza (Recovery and Resilience Facility), il celebre Recovery Fund, prevede per l’Italia 127,6 miliardi di euro in prestiti e 63,8 miliardi in sussidi ovvero contributi a fondo perduto. Inoltre, dagli altri programmi, sempre come contributi a fondo perduto, l’Italia avrà: 15,2 miliardi per REACT-EU (il meccanismo ponte tra l’attuale Politica di Coesione e i programmi 2021-27); 0,5 miliardi da Horizon Europe, il programma per la ricerca e l’innovazione; 0,8 miliardi nell’ambito della Politica agricola comune; 0,5 miliardi dal Fondo per una transizione giusta (JTF); 0,2 miliardi da RescEU il meccanismo di protezione civile dell’Unione.

In tutto 81 miliardi a fondo perduto che sommati ai 127,6 miliardi di prestiti arriviamo ai famosi 209 miliardi.

L’Italia quanto dovrà versare al bilancio UE come suo contributo a Next Generation EU?

Per ora l’unico documento ufficiale che riporta il versamento dovuto dall’Italia è il documento dei servizi della Commissione Europea SWD (2020) 98 FINAL: qui si opera una simulazione secondo cui ogni Stato riceverebbe la totalità dei contributi a fondo perduto ( nel nostro caso 81 miliardi) e  un po’ di più della metà dell’importo massimo dei prestiti (nel nostro caso circa 72 miliardi)

Nel contempo ogni Stato versa il suo contributo al bilancio UE. L’Italia riceverebbe 153 miliardi (prestiti e contributi a fondo perduto) e dovrebbe versare 96,3 miliardi. Il saldo di 56,7 miliardi (153-96,3) è positivo solo grazie ai prestiti, che sono soldi da restituire.

Analizzando solo i contributi a fondo perduto.

Poiché riceviamo 81 miliardi e versiamo 96,3 miliardi, il saldo italiano di NEXT Generation EU è negativo, ovvero meno 15,3 miliardi (81-96,3 = -15,3).

Ricapitolando. Cambia tutto per non cambiare nulla.

Sui soli contributi a fondo perduto, nel ciclo 2021-2027, l’Italia, verso il bilancio UE, avrà 20,3 miliardi di saldo negativo relativo ai fondi UE ordinari e 15,3 miliardi di saldo negativo relativo a Next Generation EU. In totale un saldo negativo totale di 35,6 miliardi.

Quanto era il saldo negativo nel settennio 2012-2018 secondo la Corte dei Conti italiana? 36,3 miliardi. Next Generation EU cambia tutto per non cambiare nulla, è una magia.

Vediamo i tempi.

Secondo il parere numero 6 della Corte dei Conti UE del settembre 2020, qualora gli Stati membri presentassero i loro Piani di Ripresa e Resilienza (PRR) entro il 30 aprile 2021, e la Commissione approvasse tali Piani entro due mesi e il Consiglio approvasse la proposta della Commissione in 4 settimane “i PRR non verrebbero molto probabilmente approvati prima della seconda metà del 2021”.

I tempi effettivi dei pagamenti.

Concretamente che significa? Nella migliore della ipotesi, la Commissione Europea approverà il Piano italiano per la Ripresa entro il 2021, il Governo italiano impegnerà la prima tranche del 70% del Piano entro il 2022 e raggiungerà gli obiettivi intermedi del Piano non prima del 2023.

Sulla base di questa ipotesi la Commissione Europea erogherà i primi rimborsi all’Italia non prima del 2023, nel frattempo dovremmo anticipare la nostra parte per rimpinguare il bilancio UE e il fondo di ripartizione previsto dal Next Generation EU.