All’ultimo secondo, dell’ultimo minuto, dell’ultimo miglio, alla vigilia del Natale cristiano, è successo. Uk e Ue hanno trovato la quadra sull’accordo commerciale bilaterale post Brexit. Alla scadenza del periodo transitorio, inizia così una nuova stagione di relazioni Anglo-Europee.

L’accordo bilaterale è la soluzione migliore. Da un lato, esso permette al Regno Unito, che non ha mai condiviso il progetto di integrazione politica europea, di mantenere una relazione commerciale con il mercato comune europeo; eseguire politiche economiche indipendenti nell’Anglosfera e nei mercati emergenti; e cooperare in materia di controspionaggio e terrorismo con i 27, beneficiando dello scambio di informazioni sensibili. Soprattutto, con il ritorno della vigilanza prudenziale a Boe e Fca, l’euro cessa di esportare rischio sistemico in Uk. Dall’altro, rende più omogeneo il blocco europeo focalizzandolo attorno ai due poli carolingi. L’Ue-27 è ora basata sul sistema legale Napoleonico, sul Colbertismo economico, e sul mercantilismo commerciale. Soprattutto, mantiene l’accesso ad un grande mercato di sbocco per le merci, fondamentale in particolare per l’automotive tedesco.

Gli effetti dell’accordo si irradiano oltre i confini dell’Europa: l’esistenza di un accordo bilaterale tra Londra e Bruxelles, incentiva gli Usa ad accelerare la finalizzazione dell’accordo bilaterale Londra/Washington e riporta sull’agenda politica il TTIP, qualunque ne sia la permutazione, per rilanciare l’asse Euro-Atlantico rientrato nell’agenda dell’Amministrazione Biden. Di più, il trattato Uk/Ue offre certezze ai mercati, agli investitori e alle imprese, fornendo a tutti un quadro di regole di riferimento che permettono la continuità delle operazioni commerciali alle imprese e una migliore capacità di prezzare gli asset di rischio ai mercati. Questi ultimi hanno immediatamente spinto la sterlina a 1,36 contro il dollaro e innescato uno spike nello yield dei gilts, mentre l’indice Ftse 250, che riflette le prospettive dell’economia domestica ed è considerato un indice del sentimento Brexit, è salito del 4%, oltre quota 20500.

Finchè il negoziato è stato inteso non come un accordo tra pari, ma come uno scontro tra una burocrazia imperiale centralista e una colonia recalcitrante, il negoziatore capo europeo Michel Barnier ha trovato la ferma e determinata indisponibilità di Lord Frost. Ma poi qualcosa è cambiato. In un meeting d’emergenza, l’euroburocrazia ha dato un input ai vertici politici, spiegando che le pretese europee verso l’Uk, se applicate letteralmente nel trattato Ue/Uk, avrebbero reso il Recovery Fund un aiuto di Stato illegittimo ed esposto l’Unione ad un clamoroso effetto collaterale. A quel punto, la trattativa è stata escalata e l’ideologia ha lasciato spazio alla politica. Ursula von der Leyen e Boris Johnson hanno trovato la soluzione negoziale in un fitto scambio principal-to-principal, impegnando la propria rispettiva leadership per risolvere il dilemma di Tucker.

Il Primo Ministro è riuscito dove Theresa May ha fallito. Di questo risultato, Boris Johnson merita tutto il credito politico. Per molti versi è un capolavoro. E, a dispetto di quanto il sistema dei media dovrà giocoforza narrare, per Londra è un trattato eccellente. Dei 39 punti negoziali controversi, Londra ne ha vinti 28 e Bruxelles 11. Sugli altri 26 si è trovato un facile compromesso. Meglio ancora gli showstoppers. L’Uk rinuncia formalmente ad una cosa che non hai mai voluto: gli aiuti di Stato. L’ala Thatcheriana del Partito conservatore, anzi vede con favore l’imposizione di un vincolo esterno alla discrezionalità del governo, che garantisce la disciplina fiscale e la corretta impostazione di politiche economiche liberiste, reprimendo sul nascere eventuali, ancorché improbabili, tentazioni stataliste dalle quali qualunque governo, anche il più liberista, può sempre essere infettato. Mentre la pesca, che rappresenta meno dello 0,2% del Pil britannico ha assurto significato totemico e sfruttata al massimo ha fornito leva negoziale. Già nel 1973, proprio la pesca, sacrificata alla PCP (la politica comune di pesca), fu lo strumento per l’adesione dell’Uk, quasi da subito su termini preferenziali, all’Ue. Concedendo una moratoria prima del recupero della piena sovranità sulle acque territoriali, il Primo Ministro ha ottenuto un grande risultato con un piccolo sforzo. E adesso ha anche una cambiale in bianco da riscuotere da Emmanuel Macron. Fra 18 mesi, il Presidente francese affronta una problematica rielezione avendo messo in sicurezza Normandia e Bretagna grazie all’accordo sulla pesca.

Per il Primo Ministro, lo storico accordo è un appuntamento col destino. 30 anni fa, fu proprio Boris Johnson con un reportage da Bruxelles per il Daily Telegraph ad ispirare i tre no di Margaret Thatcher a Jacques Delors.

(Foto: Gov.Uk – Open Government License)

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Avvocato, manager e giornalista. Allievo del 198° corso alla Scuola Militare Nunziatella, ha conseguito la laurea all'Università di Roma Luiss, il Master of Laws alla New York University e il Juris Doctor alla Columbia University di New York. E’ Avvocato; Solicitor (England & Wales); Attorney at Law (New York); e appartiene all’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Ha esercitato la libera professione in USA (Sullivan & Cromwell) e assunto ruoli manageriali in UK (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo; BlackRock). Ha pubblicato "L’altra Brexit" (Milano Finanza, 2018); è editorialista Brexit per il quotidiano finanziario Milano Finanza; opinionista geopolitico per il canale televisivo finanziario Cnbc. Direttore responsabile della Voce Repubblicana.