É tornato dopo più di vent’anni sugli scaffali delle librerie quello che Alfred Cobban defini “il pamphlet più influente della storia europea”, ovvero le “Riflessioni sulla rivoluzione francese” di Edmund Burke, Giubilei Regnani editore.

Per la verità, il testo fu molto influente nel senso che oltre a segnare le politiche delle potenze centrali e dell’ Inghilterra nei confronti della Francia, ispirò i più importanti storici controrivoluzionari, da Taine a Tocqueville, fino a Cochin e lo stesso Cobban, ovviamente.

In compenso  non ebbe un grande successo commerciale, in Italia non ha avuto in tutto il novecento nemmeno cinque edizioni. Non si tratta di un’opera storica, ma di uno scritto polemico diretto contro la società degli amici della rivoluzione del dottor Price che si riuniva nel vecchio ghetto di Londra ed era entusiasta degli eventi in Francia. L’antisemitismo manifesto, poi, non ha aiutato Burke nel secondo dopoguerra.

Eppure il colpo d’occhio offerto immediatamente sulla rivoluzione é davvero formidabile. Chi ha letto Burke non si lascerà mai abbindolare dalle puerilità della tesi di due diverse rivoluzioni, una nell’89, l’altra nel ’93 quasi contrapposte. La rivoluzione francese é una sola e subito si appoggia sul terrore, fogliante o giacobino che fosse.

Burke ne coglie  la matrice nell’istituto del Comitato di Ricerche, creato dall’Assemblea costituente già nel 1790 e replicato dalla comune di Parigi, anche se confonde il primo con il secondo.

Ora sarebbe interessante la polemica costituzionale che Burke rivolge contro l’Assemblea a partire dalla definizione del diritto. Incredibilmente, questa troverebbe una straordinaria attualità. Non  dipendesse interamente dal principio costituzionale del diritto inglese, fondato sull’eredità del trono.

É chiaro che un leale suddito di sua maestà non possa concepire un principio di indipendenza del popolo dal sovrano, o peggio, un popolo che addirittura preceda il sovrano. Questo scava l’abisso fra Burke e la rivoluzione.

In compenso sono sempre da discutere l’interpretazione economica e quella militare che Burke offre. Nel primo caso egli vede nel sequestro dei beni della chiesa e di quelli degli emigrati, i prodromi dell’attacco alla proprietà privata. Quando Taine scrive che la rivoluzione é il primo caso di comunismo nella storia, cita Burke. Fortuna che  Marx consegnò tutta l’epopea rivoluzionaria in Francia all’egida borghese. Solo Roux era per la soppressione della proprietà privata e venne ghigliottinato con pochi clamori. Burke insomma non coglie l’incredibile sforzo di transizione finanziaria  e di ridistribuzione del reddito compiuto in Francia e nemmeno  la grandezza del suo ministro dell’economia Calonne che pose le basi della prosperità futura della nazione. Si perde o preferisce perdersi, nelle difficoltà della riorganizzazione di un sistema andato completamente allo sbando con la monarchia.

Ma Burke sbaglia ancora di più nell’analisi militare. Perché nel  momento nel quale prevede nell’esercito il principale supporto alla dittatura, avrebbe dovuto anche capire il contributo rivoluzionario alla formazione di un’armata unica al mondo  con generali eccezionali da Hoche a Moreau, capaci di sconfiggere tutte le coalizioni mosse contro di loro per almeno vent’anni.

Burke é una mente acuta viziata da un pregiudizio insormontabile. A molti dei suoi eredi trasmise principalmente il pregiudizio. Tale da accusare la rivoluzione di non avere fatto altro che mantenere la struttura dell’antico regime nei suoi successi per sbagliare tutto il resto. Ma era Burke ad accusare i rivoluzionari del crimine di voler cancellare interamente il passato. Se non vi fossero riusciti, sarebbero stati da apprezzare, non da biasimare.

Solo che ancora gli storici stanno a litigare su quanto passato é rimasto, quanto é stato cancellato e mica ce lo sanno dire. Poi vedono le istituzioni europee di oggi ed i loro avversari e tutto lo giudicano figlio del processo rivoluzionario, mica dell’antico regime.