Il 10 gennaio si svolgeranno in Kazakistan – Paese dove operano l’Eni e decine di altre importanti aziende italiane nei settori di petrolio, gas e costruzioni – le elezioni per il Majilis, ovvero la Camera dei Deputati. Anche se i suoi poteri sono di fatto limitati, e pur essendo pressoché impossibile costituire un’opposizione parlamentare in Kazakistan, in questa occasione molti attivisti per i diritti civili hanno deciso di non boicottare le elezioni, ma di suggerire di votare per un partito almeno formalmente alternativo al partito dominante. Nelle ultime tre elezioni – nessuna delle quali è stata riconosciuta come democratica dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa – il partito Nur Otan (in lingua kazaka, “Patria Radiosa”) dell’ex presidente Nursultan Nazarbayev ha rivendicato un risultato ufficiale fra l’81% e l’88%. Recentemente, Nazarbayev (tuttora presidente del Consiglio di Stato e definito in Costituzione “leader della Nazione”, con molti poteri) ha annunciato che questa volta il partito dovrebbe raccogliere circa il 70% dei voti. Votando per i partiti ammessi alle urne diversi da Nur Otan, l’opposizione mira a dimostrare che questo non detiene il livello di sostegno che vanta di avere.

In uno scenario che per alcuni aspetti potrebbe ricordare quanto da mesi sta avvenendo in Bielorussia, è particolarmente importante che si possa svolgere un monitoraggio indipendente delle elezioni, per scongiurare gravi manipolazioni, assicurare la pubblicità dei risultati effettivi e proteggere osservatori e attivisti dall’eventuale repressione. A sostenere la società civile del Kazakistan in questo, grazie a una rete di volontari stabilita da tempo, è anche la Federazione Italiana Diritti Umani – FIDU, d’intesa con la Freedom Kazakhstan Foundation.

Secondo i dati della FIDU, nel Paese ci sono almeno 28 prigionieri politici e 95 casi di persecuzioni politiche in corso. Il governo del Kazakistan fa inoltre uso di tecnologia cinese per il blocco o lo stretto controllo di Internet e dei social network, che costituiscono una fonte essenziale di informazioni in un Paese dove i media ufficiali sono esclusivamente pro-governativi. Intanto una nuova legge e la Commissione Elettorale Centrale hanno imposto severe restrizioni ai diritti degli osservatori elettorali. Lo stesso ODIHR (l’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani dell’OSCE) potrà svolgere il proprio compito istituzionale di monitoraggio internazionale solo in un numero molto limitato di seggi elettorali.

Intanto le autorità del Kazakistan hanno condotto diversi esperimenti di blocco totale di Internet e dei social network. Già nel 2019 un tentativo di introdurre il cosiddetto “certificato di sicurezza del governo del Kazakistan” era stato criticato da Google, Apple e Mozilla. Questa volta un’innovazione tecnica potrebbe consentire alle autorità non solo di monitorare la comunicazione Internet dei propri cittadini, ma anche di modificarne il contenuto.

Il 6 dicembre, con l’esercitazione “Cyber Security di Nur-Sultan 2020”, i siti web di Facebook, Instagram e YouTube sono stati disabilitati e gli operatori di telefonia mobile hanno inviato SMS ai cittadini del Kazakistan sulla necessità di installare un “certificato di sicurezza” su tutti i loro dispositivi: questo darebbe ai servizi di sicurezza pieno accesso a corrispondenza personale, conversazioni telefoniche, password, transazioni bancarie, nonché la possibilità di modificare il contenuto del messaggio di un utente.

L’uso di simili sistemi, già sperimentati dal regime cinese, sembra volto anche ad escludere i cittadini da informazioni indipendenti in particolare durante il periodo elettorale e a impedire di denunciare frodi elettorali o altre violazioni agli osservatori e alle istituzioni internazionali.

Il regime, secondo molti osservatori, teme che – in caso la falsificazione venga provata – possa verificarsi uno scenario simile a quello della Bielorussia, con la comunità internazionale che definisca fraudolente le elezioni; e questo nonostante il fatto che nessun autentico partito di opposizione è stato ammesso alle elezioni parlamentari del Kazakistan, a differenza di quanto avvenuto per le elezioni presidenziali di agosto in Bielorussia. I sei partiti ufficialmente registrati comprendono infatti il partito al potere Nur Otan e i suoi satelliti e un’opposizione meramente simbolica, creata per dare una parvenza di competizione elettorale. Nel frattempo, la reale opposizione rimane esclusa, con i movimenti politici Scelta Democratica del Kazakistan e Koshe Partiyasy (“Partito della Strada”) proibiti dalle autorità in quanto etichettati come “estremisti”.

(L’autore è presidente della Federazione Italiana Diritti Umani – www.fidu.it)