Talvolta episodi apparentemente minori sono più eloquenti di mille discorsi teorici. April Benayoun è una bella ragazza, così bella da essere eletta Miss Provenza e poi da risultare seconda nel concorso a Miss Francia. Ma, dovendo fornire alcuni dati biografici, ha detto che suo padre è israelo-italiano. Nonostante che April abbia sottolineato che le sue origini sono multiple (la mamma è serbo-croata) l’accenno a un rapporto parentale con Israele è stato sufficiente per scatenare il diluvio degli insulti: uno dei meno crudi è stato “ti pentirai di essere nata”. Naturalmente si sono levate molte voci indignate, a partire da un paio di ministri che si sono scagliati contro il razzismo e l’antisemitismo. Ritengo però che questo episodio si presti ad alcune riflessioni cercando di uscire dalla banalità di un linguaggio troppe volte ripetuto.

Razzismo? Certo il razzismo esiste, anche in Francia, ma a quanto sembra funziona in maniera intermittente. Per esempio la squadra nazionale di calcio francese (i “bleus”) è composta in maggioranza da giocatori di origine africana e tuttavia la loro difesa dei colori francesi è accettata senza batter ciglio. Gli esempi potrebbero continuare, basta guardare la TV francese (per esempio France 24) per rendersi conto che una buona parte dei/delle giornalisti/e e degli annunciatori/annunciatrici sono di origine maghrebina.  E’ un’ottima cosa, naturalmente, ma ci fa capire come la parola razzismo debba essere usata con molta attenzione.

Antisemitismo? L’antisemitismo, nella sua forma più becera e tradizionale, in Francia esiste e magari più che in ogni altro Paese dell’Europa occidentale, forse anche per la massiccia presenza di immigrati di religione islamica, una parte dei quali (certo non tutti) vengono indottrinati in molte moschee all’odio contro gli ebrei. Ci sono stati episodi orribili che hanno indotto molti ebrei francesi a rinunciare a mostrare in pubblico i segni della loro appartenenza, in particolare a indossare la kippah. Ma non è certo questo il caso di April che sulla base della discendenza matrilineare non si può considerare ebrea e comunque non ha certo ostentato, con la sua partecipazione al concorso di bellezza, una sua qualche appartenenza ebraica.

No, ciò che ha fatto scattare la macchina dell’odio è stato il riferimento all’origine in parte israeliana del padre. E’ questo il punto su cui ci si deve soffermare. Il razzismo e l’antisemitismo esistono, in Francia come altrove, ma la loro gestione viene lasciata alle frange più radicali dell’estrema destra francese e dell’estremismo islamista come qualcosa di cui le persone perbene, e in particolare gli intellettuali, si devono un po’ vergognare. Non è così invece per l’odio contro Israele che non è qualcosa di “spontaneo”, qualcosa che abbia dietro di sé secoli di tradizioni religiose antigiudaiche o di altro genere. No, l’odio contro Israele è costruito sistematicamente, a freddo, da parte di cosiddetti “maîtres-à-penser” di varia estrazione, che lavorano nelle case editrici, nella stampa quotidiana e periodica, nelle televisioni, nelle Università, nelle scuole, e che da anni (si può dire dalla guerra dei Sei giorni del 1967) lavorano indefessamente a costruire un’immagine dello Stato d’Israele come una “entità sionista” crudele, aggressiva, razzista, che opprime i poveri palestinesi, incuranti che la leadership di questi ultimi abbia sistematicamente rifiutato ogni proposta di accordo e di pace. La conoscenza della realtà storica poco conta di fronte alle certezze ideologiche, ripetute e tramandate da decenni.

Né si deve credere che questa costruzione dell’odio contro Israele sia una prerogativa della Francia. Basti guardare ai ripetuti voti contro Israele da parte dell’Assemblea generale dell’ONU: il numero di condanne contro Israele – peraltro senza nessuna effettiva conseguenza – è di gran lunga superiore a quella contro qualsiasi altro Paese, in particolare contro tutti quei Paesi che sono ben conosciuti per il nessun rispetto dei diritti umani. In realtà all’ONU si vota da anni in automatico: appena c’è una mozione antisraeliana, presentata da questo o quello tra i Paesi islamici più estremisti, automaticamente quasi tutti i Paesi si adeguano a questo mantra politicamente corretto, con in testa i Paesi dell’Unione Europea, compresa l’Italia. Per fortuna le decisioni veramente impegnative le prende il Consiglio di Sicurezza e in questa sede il veto degli Stati Uniti è decisivo.

E’ possibile che gli Accordi di Abramo e la successiva serie di accordi conclusi da Israele con altri Paesi arabi possano modificare nel tempo tale situazione. Ma il vero problema è interno all’Europa e la sua soluzione può venire solo da una riflessione sull’ideologia del “politicamente corretto”, una distorsione culturale che ha preso il posto dell’ideologia marxista quando quest’ultima è diventata indifendibile.

(Foto: Gigi Ibrahim from Cairo, Egypt, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons)

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Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).