Gli scacchi hanno da sempre appassionato numerosi artisti, che in essi hanno letto una metafora del divino e della condizione umana, come Borges, un mezzo di riscatto e affermazione, come in “La regina degli scacchi”, oppure che vi si sono aggrappati, come una illusione perduta. È il caso del protagonista de “Novella degli scacchi” di Stefan Zweig. Lo scrittore umanista ebreo, di formazione mitteleuropea, cantore del finis Austria, ha composto l’opera nel periodo di massima tensione. In una Europa in fiamme in cui lo spettro di un trionfo nazista imminente lo porta all’estrema gesto del suicidio. Scelto per “impazienza”, per protesta contro un mondo che scendeva i sentieri della violenza, della follia, del delirio razzista. Scegliendo di andare verso la morte ad occhi aperti, come Benjamin. Orrore nazista che ha trasfigurato anche il protagonista della novella, condannandolo ad un “cullato nulla”. Un isolamento alienante e annientante, che lo porta a cercare dopo giorni vuoti di prigionia, a seguito dell’Anschluss, ad immergersi in un sottratto manuale di scacchi. Un’ancora contro la prigionia nazista, un rifugio contro l’inclemenza dei tempi, fatta di strategie sottili e arabeschi combinazioni di pedine. Poi dopo il rilascio e la fuga, autobiografica, verso il Brasile, l’incontro con la scacchiera dopo la nevrosi e l’ ossessione di quei quadranti bianchi e neri. La sfida con l’algido utilitarista Czentovich, la rinascita di quel “Avvelenamento da scacchi”. Un romanzo toccante sull’uomo e le sue fughe, contro un mondo impazzito e apatico. Il racconto dell’ebreo Dottor B. è un paradigma dell’uomo in un mondo senza qualità, che strega e appassiona il lettore all’ombra di quelle caselle binarie sui cui si muovo la partita della vita di un grande scrittore. L’ultima.